un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Annata entusiasmante per lo shy pop, per i patiti dell’home recording e per i copridivani fantasia della Bassetti. Dopo aver consumato per ispirarmi un aperitweevox anal/colico deep-ressivo ho così organizzato gerarchicamente (un male necessario, ma tant’è) i miei ascolti annuali, rigorosamente twee:
1) The Ronfy Kittens “Our perfumed pens days are gone”
(delizie agrodolci per indicibili pomeriggi spatapuffolosi. e pensare che si sono formati solo per questa playlist!)
2) I read Hobbes and felt uncomfortable “Please return my Lauzi’s records”
(li ho sentiti la prima volta mentre salivo le scale e non ricordavo di averli messi sull’Ipod: folgorato!)
3) The Catchy Nabokovs “My notebook’s empty for you”
(pensavo fossero quelli di “Il maestro e margherita” ma mi sbagliavo, sono meglio e non lo sapevo)
4) Lonely Mimmas “I loved you since your first post”
(si dice che jenny abbia scritto i testi fra le pagine del suo libro di matematica. ma siamo molto lontani dal math rock, eh eh)
5) The Erica Jongs “Please don’t hurt my fake”
(un’accorata difesa della differenza melodica. non sapevo cosa fosse il post rock prima. poi ho letto il loro blog; i pezzi erano tutti gratis)
6) Mycio Maher “Il primo volume è gratis e mi son svegliato presto stamattina”
(anche in Italia ci facciamo valere, checché non dicano i blog inglesi)
7) The Cutes “From our bedroom with bears”
(l’equivalente della pizza margherita per la nostra musica, l’archetipo indiepop per tutte le stagioni)
8) The Prometeic Bonsais: “Nobody knows what my jeans are dirty for”
(una tazza di thè piena di wit e miele buono. di castagno.)
9) Gebbia’s pets are in love “This wintry summer”
(ibrido esoterico fra i field mice e i trembling blue stars)
10) My cellphone is dead: “Charge me, I’m love with your ugly sister”
(peccato per quel po’di discontinuità, altrimenti l’avrei messo sul comodino)
Post (eh eh) Scriptum
non ho usato molte maiuscole. ma hey, chi ha bisogno delle maiuscole nel 2007? capital letters are so mainstream)
You will wear makeup when we go out
Your legs must be kept smooth
Your armpits must not become too hairy
You will spend a minimum amount of time getting ready
And not involve me
Il fatto di conoscere il funzionamento di questo meccanismo non ne costituisce un antidoto, ed anzi rafforza una specie di segreta ammirazione per chi riesce a sfruttarlo a dovere.
Non so spiegarmi altrimenti l'efficacia di "I'm Your Boyfriend Now", pezzo di una band sconosciuta uscito letteralmente dal nulla a impadronirsi dello stereo e della mia voglia di scrivere. Pubblicato su un EP autoprodotto e di livello poco più che amatoriale, nel giro di un paio di settimane è diventato passaggio fisso a Radio One e c'è chi lo ha eletto singolo dell'anno.
Non è una canzone stratosferica, musicalmente puzza di muffa vecchia di vent'anni, ma è una di quelle idee talmente ovvie da diventare geniali. Basa il suo fascino sul testo e sul suo contrasto con una scheletrica base elettronica in stile Cabaret Voltaire sulla quale monta la cantilena monocorde, minacciosa e al tempo stesso comica, di un boyfriend alla sua nuova ragazza.
You will not criticize me
Or advise me
You will not eat crisps or chocolate
If your weight exceeds 8 1/2 stone I will sack you
E' una sorta di versione speculare di "I will be your girlfriend" dei Dubstar, che illustrava la minacciosità del rapporto di coppia in maniera un po' inquietante, disturbante quanto bastava per venire espulsa dalle classifiche. Ma qui i Tall Pony, due ragazzi di Cheltenham, fanno di più: annuiscono all'inconfessata misoginia di ogni uomo, ma sono abbastanza furbi da volgerla in burla. La lunga lista di istruzioni, recitata con forte accento inglese e in spoken word, assomiglia a quelle barzellette che i colleghi ammogliati si raccontano in ufficio, ma è sottolineato alla fine di ogni strofa da un "I'm your boyfriend now" cantato a mo' di cantilena, così claustrofobico e cavernoso da restituire di colpo tutto il senso di minaccia ed oppressione che lo scherzo nasconde.
E' il classico pezzo destinato a finire sulle riviste di costume e scatenare sondaggi televisivi.
I will only ever spend a maximum of three hours at your parent's house
I will drive the car
You will be a passenger
But you will not do any map reading or navigating
I will pull over and read the map myself
You will be a passenger
I'm your boyfriend now
Dato che altri stanno svolgendo egregiamente il compito (anche a puntate), quest'anno mi sono astenuto dal postare link a canzoni natalizie, attività che di solito mi procura grande sollazzo. Stavo anzi preparando in silenzio la mia cassettina di Natale 2006, ma poi ho scoperto che qualcuno ha pensato di esagerare. Insomma, che gusto c'è a centellinare le canzoni di Natale un pezzo alla volta sei poi arriva Filthy Little Angels a metterne online 70 (settanta!) in un colpo solo? La raccolta "Hark! The Filthy Angels Sing" sarà online dal 18 dicembre a questo indirizzo, nel frattempo per impazienti e giornalisti veri e presunti c'è una "piccola" preview (15 brani soltanto, figuriamoci) qua. Va detto che tolti Teorethical Girl, Vichy Balor Knights, Helen Love e qualche altro, ne conosco davvero pochi...
E già che siamo in tema di abbondanza, qual è la persona che scegliereste per farvi preparare il perfetto mixtape pop-natalizio? Se la risposta è Alistair Fitchett (la mia lo è:) questo è il vostro anno, sempre che abbiate voglia di scaricarvi 160 mega [link]. Tutte cose già note, ma il pezzo di Claudine Longet è davvero delizioso.
Ressa alle porte, coda per i biglietti, due o tre Lovefoxxx lookalikes stazionano all'ingresso del Transilvania.
Non vado sempre al Transilvania perché è il mio locale preferito - in realtà è uno schifo, lo spiego meglio dopo - ma perché è l'unico ridicolmente facile da raggiungere. Conosco la strada che mi conduce da casa a lì e viceversa, una svolta sbagliata e mi perderei per sempre tra le strade di Milano.
Ho grandi aspettative per la serata. L'atmosfera sembra quella giusta, il dj set in apertura piazza i Long Blondes e le Electrocute, ed è un bel passo avanti rispetto al prog-metal che caratterizza i preconcerti qua. Abbandono la mia postazione fidata (il soppalco sulla destra, da dove osservo il tutto a braccia conserte) e mi piazzo sotto il palco, abbastanza lontano dalle prime file per evitare il sudore proprio mentre gli ampli vomitano Weekend without makeup.
Ho provato a fare i compiti prima di venire qui ma non sono venuto a capo di nulla. I CSS non dovrebbero esistere. Sono un affronto al concetto di indie band. Una vita fa, Lovefoxxx gestiva un fotoblog. Anzi, aveva un lavoro noioso e così in ufficio preferiva chattare e caricare fotografie. Poi il suo fotoblog è diventato popolarissimo; poi con la gente conosciuta sul blog ha messo insieme una band, ma finta; poi ha fatto delle foto alla band finta e le ha messe sul fotoblog. A quel punto era già tutto pronto: un passaggio da Trama Virtual (di cui Enrico Zanin ci aveva già parlato, ricordate?) e voilà, da fotoblogger a popstar in cinque semplici passi. I CSS sono nati per scherzo, e qualche secondo dopo stavano già suonando dappertutto. Hanno canzoni di carta velina che in un mondo appena più logico di questo dovresti dimenticare dopo cinque secondi, anzi hanno canzoni che sono scritte per essere dimenticate dopo cinque secondi e la cui semplice ambiguità non nasconde nulla, nemmeno la naivetè che sembrerebbe obbligatoria per un'operazione simile. Diventate popstars troppo all'improvviso per rendersene conto, cantano di sesso, per lo più via internet, e sono – loro e le canzoni – improvvisate e inprocrastinabili. Nessuna band può essere migliore di questa dal vivo.
Le CSS sono in tour da mesi. Europa, Usa e ancora Europa.
L'inizio (CSS Suxxx) è freddino, eppure il concerto fa click già alla quarta canzone, Meeting Paris Hilton. Non c'è un segnale preciso ad indicarlo, solo un saltellare convulso e ingiustificato tra le prime file. The bitch said yeah! inaugura la lista dei mantra che tutti cantano senza vergogna. Aspetto che un paio di tipi corpulenti provino a fendere la folla e mi infilo dietro di loro, lontano dai gilet e verso le magliette fradice e calde: è il momento di sentire il sudore, di restare in piedi per pura pressione tra i corpi. Lovefoxxx, lei è calda sin dall'inizio, da quando ha fanculizzato la security che non le permette di fare stage diving, e questo è il momento di spiegare perché il Transilvania fa cacare (non chiedo accrediti, nessuno sa che faccia abbia: credo di potermelo permettere).
Allora: amplificazione in sala ridicola, e a volume dimezzato rispetto al dj set. Il cassiere con la faccia di culo. Due birre costano più del biglietto d'ingresso. E la security che non solo rompe il cazzo senza motivo un po' a tutti, ma impedisce al gruppo di fare il suo dovere sul palco. Ma vaffanculo!
Ma sì che basta. Ogni pezzo è un segnale energetico, non tanto diverso dalla musica che metterebbe il deejay alla jia destra ma molto più coinvolgente. E' pop vero, sudato, immediato, ed inspiegabile. Guardo un tipo elegante di fianco a me e ognuno dei due ride segretamente dell'altro che sta cantando "Lick, lick, lick my art tit / Suck, suck, suck my art hole".
E hanno questo i CSS: che non vogliono durare. Tutto in loro è improvvisato, tutto è spontaneo come l'essenza di una pop song. Non durerà per sempre, non sarà la canzone della tua vita ma qui e adesso e per i prossimi centottanta secondi quella canzone è l'unica cosa che occupa il tuo campo sensoriale, e non vorresti proprio essere da qualche altra parte.
E hanno questo: che sorridono sempre, perché tra due giorni i CSS tornano a casa. E mi chiedo come farà la piccola Lovefoxxx a spiegare ai suoi amici di Sao Paulo dove è stata, cosa ha fatto, chi è diventata. La mia vicina di casa ne avrebbe di cose da raccontarmi...
(la fotografia non c'entra niente con ieri sera, ma rende l'idea, no?)
Chi ha apprezzato la dozzina di mp3 allegati al nostro C86 dovrebbe farsi un giro su Humans Beware, blog gemello dell'altrettanto meritevole Side Room. E' online da tre soli giorni ma si sta già rivelando una autentica manna per appassionati di indiepop anni 80, rippando tutto il rippabile dai vinili dell'epoca. Oggi c'è il 12" di "I don't wanna be friends with you" degli Shop Assistants, che io evito di ascoltare da anni perché la profondità dei solchi sta per superare lo spessore del vinile. E poi c'è "Surfin in the Subway", la seconda compilation Subway, e "Valium Orgasms" di Creation, e.. ok, basta. Ma fate presto, perché gli mp3 durano online giusto un paio di giorni.
Mentre scrivevo il piccolo trattato enciclopedico sul C86 che trovate sul sito (dico, vi sembra qualcosa pubblicabile da una webzine un po' allo sbando?:) mi rendevo conto che l'oggetto avrebbe solleticato l'interesse di non più di quattro o cinque persone, e di queste almeno un paio non sarebbero nemmeno arrivate a metà articolo.
Ma che importa? Lo scopo divulgativo era un pretesto, in realtà scrivere era qualcosa che dovevo a me stesso: mettere finalmente ordine in una parte della scombinata collezione di dischi dei miei anni 80, così nevrotica che di fianco agli Shop Assistants teneva i New Christs e Rickie Lee Jones, in un disperato desiderio di conoscenza. Ero convinto che, se avessi avuto abbastanza tempo, sarei riuscito a farmi piacere tutto, persino il blues. Come potevo sapere che a un certo punto il tempo sarebbe finito?
L'ha realizzata Pete Bowers - che negli anni 80 era la seconda chitarra dei Rosehips - per celebrare il ventennale della band, e raccoglie una serie di opinioni e prospettive storiche sul C86. Ci sono scritti su John Peel, Razorcuts e CD86, un'intervista ai Rosehips del 1988 e una ai Beatnik Filmstars (incarnazione adulta dei Groove Farm di casa Subway), e persino un Cd dei Rosehips catturati dal vivo nel 1989. Dentro ci sono quasi le stesse cose che ho scritto io, ma spiegate meglio, e Pete, che adesso suona negli Horowitz (ed ha un album "Frosty Cat Songs" fresco di stampa), deve averla messa insieme con lo stesso pensiero in mente: a chi vuoi che interessi? Ma l'ha fatta lo stesso, e mi piace pensare che l'abbia spedita alle poche persone che sapeva l'avrebbero letta sino in fondo.
Gli altri tre o quattro interessati possono procurarsela qua: www.therosehips.com
Da quando indiepop.it ha cambiato forma e scadenza non di rado capita, chattando amabilmente con qualcuno dei nostri più assidui lettori, di sentirsi porre la seguente domanda: “ma indiepop è un po’ allo sbando?”. Le risposte che mi capita di fornire sono – a seconda dei periodi - differenti di ora in ora, giorno in giorno, mese in mese. La risposta più frequente è: “dipende dal grado di immersione nella real life dei suoi redattori, e questo non è mai uguale a stesso né prevedibile. C’è chi -fra noi- sconfortato alza bandiera bianca, chi s’eclissa sornione per un po’ per riemergere dalle acque più bello di prima e c’è chi, come Salvatore, cuore pulsante e conditio sine qua non di questa webzine, resiste stoicamente e si dona con puntualità alla dolce brama dei suoi infaticabili idolatri” (Ok, non sempre sono così retorico, ma qui varrà ben la pena d’esserlo).
Scrivo questo piccolo editoriale al semplice scopo di fare un po’ il punto della situazione. E il punto della situazione è che, andato – non sappiamo quanto definitivamente - Fabio per inseguire altri ritmi ed altri ascolti, a mezzo servizio Enver oberato dai suoi innumerevoli impegni giornalistici, ritrovato me stesso/Alessandro dopo la realizzazione del mio disco nuovo (a proposito, avete notato nella novella colonna Humpty Dumpty qui a sinistra che è in download gratuito?) si aggiungono alla nostra ristretta famiglia di collaboratori tre nuovi sfavillanti amici invischiati sino alle midolla nell’indiepop. Ve li presento nell’ordine d'apparizione.
Francesco, che curerà al posto mio la fortunata rubrica Indiepopup e lo farà con sagacia, discernimento e grande esperienza, essendo tra l’altro egli, a sua volta, l’esimio musicista che si nasconde sotto il moniker di Chantalle (l’avete sentito il suo nuovo EP? No? Pazzi). Insieme a quella rubrica Francesco si occuperà di recensire i migliori fra i dischi autoprodotti che, come solete – spesso ingenuamente-, ci inviate.
John Jay Sapuppo è un singolare acquisto: nato e cresciuto nell’America reganiana, trapiantato per ragioni di salute nell’Italia di Berlusconi e Prodi, figlio spirituale di Pedro Carolino (e chi non sa chi è si perde qualcosa) è stato definito da alcuni suoi importanti amici “il più famoso poeta italo-americano di Babelfish”. Jay Jay (così preferisce farsi chiamare) ci fornirà a scadenze mensili alcune delle sue prose poetiche a oggetto musicale.
Brucellosi Jr. è invece individuo livido e rancoroso, sprezzante e idiosincratico verso il mondo dell’indiepop. Curerà la rubrica “You just haven’t earned it yet baby (le odiose stroncature di indiepop)”. Questo mese inaugura la sua collaborazione sparlando del papabile disco del 2006 della maggior parte delle testate del mondo. Ecco, lui la corrente non sa proprio in che direzione vada. E anche se lo sapesse, preferirebbe forse annegare che seguirla. Sta inoltre cercando di convincere per noi suo padre (non meno livido e vigliacco) a spartirsi con lui il gravoso compito.
Noi attendiamo. Buona lettura.