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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

Il disco è fuori.
Adesso che non dipende più da me, dai miei umori o anche persino dalla mia smania di conferire leggibilità a certe porzioni di spazio inerte dell’essere, esso è un’entità indipendente, da cui, per il bene mio e suo, occorre che io prenda qui le distanze.
Parlandone come parlo di me, e cioè annullando la presunzione idiografica che esso si materii di elementi ineffabilmente irriconducibili ad altro che alla mia biografia, dirò com’esso appare da lontano, ovvero, esattamente da qui.
Esso reca un titolo in tedesco: “Eine traurige Welt für Scheiße Leute”, che tradotto intende “Un mondo triste per gente di merda”.
Non è un titolo conciliante, ma neanche un titolo che possa mettersi a riparo da un’accusa inevitabile di qualunquismo. Ogni constatazione è grossolana perché, scaturita dall’osservazione di una parte semplice, pretende di sovrapporsi al complesso. Il mondo non è sempre un mondo triste e la gente non è tutta gente di merda. Per quanto posso intendere, io ed i miei amici più cari non siamo gente di merda. Diverso è il discorso con la parentela. Tra i parenti c’è sempre gente di merda, solo che abitualmente si preferisce non sottolinearlo o glissare. Sarebbe inutile cercare di essere credibile nello spiegare perché ritenga di essere stato fortunato di essere stato allevato nella mia famiglia. Così, con permesso, me ne astengo. Ma superato il recinto più interno, già la puzza di merda si fonde con quella del sangue.
Da lì in poi è tutto un evacuare di metafore che dal millesimale si espande al macrocosmo.
S’intende qui che l’idea del mondo di chi scrive adesso non sia per lo più conciliante. Ma si sbaglierebbe a ritenere che sia in me all’opera un qualche manicheismo prevedente una netta categorizzazione delle persone in buone o cattive. L’uomo è, aldilà di ogni assoluto, ciò che gli capita di essere nella vita, e si qualifica con i suoi gesti e le sue idee, ovvero né rousseauianamente buono né hobbesianamente infido per natura.
Nell’uomo lo stato di natura è un bel problema.
Esiste una qual forma di sottofondo biologico in lui ma tale codice di appartenenza alla terra è generalmente impastato d'un elemento antagonista parecchio condizionante. Noi usiamo chiamarlo cultura. Qui intendo piuttosto adombrare l’idea che la cultura umana possieda ampie zone oscure, che fra i propri effetti collaterali abbia previsto la formazione d'un soggetto funzionalmente merdoso.
E’ ardua l’impresa di decretare se la responsabilità per il contemporaneo stadio di degrado della condizione umana dipenda eminentemente da una degenerazione naturale, da una decadenza culturale o da un semplice infrollimento degli istinti di salute sotto la spinta di una cultura autoafflittiva.
Fatto sta che la considerazione è legittima: il soggetto di merda della postmodernità è il principale artefice della tristezza di questo mondo abbandonato dallo spirito. D’altra parte sarebbe ugualmente legittimo ritenere che ogni forza all’opera nell’uomo sia di necessità un agente sostanzialmente naturale. Da quest’altra legittima prospettiva sarebbe il mondo triste a generare l’urgenza d'una mercificazione e nullificazione del soggetto spirituale.
Di fatto il discorso è più complesso di così e mi riservo di discuterlo con chi abbia la pazienza di seguire le sorti del mio (triste, merdoso) blog.
“Eine traurige Welt für Scheiße Leute” è il mio primo long playing interamente concepito per essere cantato in italiano. In “Be no more time” (il precedente lp) erano presenti 4 pezzi nella mia lingua. E’ da lì che è partita la riconversione: dei 13 pezzi avevo finito per riascoltare metodicamente soltanto quelli. Non tanto -credo- perché fossero i migliori, quanto perché da lì una nuova direzione si apriva, sollecitando stimoli nuovi. Perché lasciare che l’italiano fosse utilizzato musicalmente dai confezionatori di successi o dalle ultime agonizzanti propaggini dei cantautori?
Ma il problema era non fare cazzate. Per come ero incline a sintetizzare i due pericoli erano questi: troppo pop (e il pericolo del ridicolo-beat) e troppo parlato (e il pericolo letale del guccinismo cantautoriale). E queste erano le ipotesi migliori, perché forse c’è sempre anche un Tiziano Ferro o un Ligabue in ognuno di noi.
Per non brancolare nelle tenebre assolute ho pensato che avrei potuto rifarmi (in un qualche modo tangente) alle uniche cose italiane di mio grande ed incondizionato gradimento; Tenco, Ciampi, Battiato (fino al 1993 almeno di sicuro), i Massimo Volume, i Baustelle (dei primi due album) ma io non ero né potevo essere nessuno di loro. E neanche Faust’o, che rimane incondizionatamente il mio preferito fra i migliori. Ma assumere le sembianze di qualcuno non è mai tanto un gran tributo alla sua grandezza quanto alla propria fatuità.
Certo, ora che sono un cantautore credo che ognuno di loro sia presente nella mia musica. E sarebbe strano il contrario, ma ognuno di loro non è uno-di-loro. E’ meglio, credo.
Cantare in italiano come l’intendo io richiede che tutta la propria personalità (non solo musicale) sia chiamata a rendere conto di sé.
Produrre musica concepita per essere cantata in altre lingue, come fino ad allora, richiede solo una parziale adesione estetizzante. I versi hanno una metrica versatile e la cosa finisce lì. Un gorgheggio è solo meno suggestivo di una parola, la quale aggiunge immagine al suggerimento emozionale. Ma esprimersi con totale intendimento del cantato e dei significati impliciti ed espliciti è tutta un’altra storia. Non è un caso che, rovesciando un’atavica abitudine, da qualche anno io ascolti quasi più musica italiana che anglosassone ed abbia iniziato a profondarmi più pericolosamente nella poesia dei grandi di quanto non facessi in passato, pregiudizialmente incline al prosastico.
Pensare poeticamente e non più solo prosasticamente è forse per questa analogia privata come pensare canzoni in italiano e non in inglese. Sono un po’ stanco dell’inglese e delle sue mille versatilità (semantica, metrica, grammaticale etc.), del decorativismo delle sue utilizzazioni in ambito pop.
L’italiano m’ha spinto ad un confronto meno superficiale con il me stesso canticchiante.
Finisco qui di cantare di gnomi e spiagge solitarie che tanto è lo stesso.
La musica doveva rimanere quella sedimentata in quindici anni di ascolti nella mia psiche remota, e la voce era tutta da inventare. I risultati non mi sembravano malvagi.
“Shanghai” e “Autoritratto” erano risultate credibili e non più solo a me stesso. Sarebbero bastate anche solo le parole di Luigi Lonox per spingermi innanzi, una persona con cui continuo ad accumulare debiti. Dopo “Be no more time” venne l’ep, che non ho difficoltà a considerare la mia miglior cosa fin qui. Cinque pezzi di tono lieve in italiano e una certa leggiadra felicità nelle soluzioni musicali. Della sua sfortuna con le etichette italiane ho detto qualche post fa.
Confrontarsi con un lp, concepire delle canzoni di un long playing per la prima volta tutto in italiano è stato allo stesso tempo divertente e sfibrante dal punto di vista nervoso. Le strutture musicali sono venute fuori con una certa nonchalance, figlia della mia discreta mano melodica, ma la parte testuale ha richiesto ben più labor limae. Ed è qui che occorre citare l’intervento salvifico del mio amico onorario Renato Q., che ha letteralmente risollevato le mediocri sorti di almeno due pezzi centrali del disco (“Colite Spastica” e “Giro di Vite”) e appulcratone un altro (lo scherzo “Salve”). Temo che alcune delle delizie del testo di “Giro di Vite” siano destinate a sfuggire fatalmente a chi non abbia sondato con grande penetrazione un po’ della musica giusta (quella sì davvero) indipendente dei primi anni 80.
D’altra parte il disco è un vaso alchemico di citazioni fra le più disparate. “Termopili” contiene giusto un paio di frasi mie.
E’ rimasto fuori qualche pezzo che avrebbe meritato maggior fortuna ma che avrebbe stonato con l’impianto e con l’omogeneità ispirativa del tutto; conto di recuperarlo in un prossimo ep da congegnare all’uopo. Il risultato finale mi soddisfa, e così spero faccia con voi.
Per tre-quattro giorni questo link dovrebbe rimanere attivo.
Se ci pigiate su dovrebbe portarvi a scaricare “Colite spastica”, uno dei pezzi più easy dell’album.
Se dovesse piacervi, o dovesse incuriosirvi, mandatemi una mail, potrebbe essere che possa nascere fra noi qualcosa di più che il rapporto di imbelle idiozia che di solito lega chi scrive un post su un blog e chi lo commenta. In quel caso vi fornirei anche il resto del disco.
Buon ascolto.
Tempo di celebrazioni per il ventennale di C86, l'antica cassettina di NME coincisa con la nascita dell'indiepop. Terminati i due giorni di concerti all'Institute of Contemporary Arts di Londra in memoria della "C86 week" del luglio 1986 e pubblicato CD86, ennesimo doppio tributo targato Sanctuary, rimane da aspettare "Hungry Beat", documentario della rodata coppia Bob Stanley (Saint Etienne) e Paul Kelly sulla scena indipendente inglese degli anni 80.
Faremo presto la nostra parte, per il momento vi invito a leggere un resoconto – prevedibilmente scettico – dei concerti all'ICA da parte di Mr Fitchett e un paio di recensioni di CD86 (indie-mp3 e the rain fell down).