un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)
Alistair Fitchett
day hospital
dimitra
enver
fluxblog
friends of the heroes
fuck me i'm twee
geeks
indie-mp3
indiepopradio
inkiostro
junkiepop
le indiefferenti
lost and found
maia & me
martijn
pamello
pipettes
pitchfork
polaroid
pop'n'cherries
popsheep
rebeldrink
river flows
simply thrilled
swedesplease
take the pills
The Legend!
the rain fell down
thee power of twee
twee pop love!
xpqwrtz
oggi
ottobre 2009
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Ogni promessa è debito: nel video di Judy (che copia malissimo le idee di Charlotte Hatherley in "Bastardo") le Pipettes abbandonano i costumi a pois.
Dei suddetti costumi continuano invece a fregiarsi le bambinaie di "SOS Tata", stellare trasmissione di Fox Life in cui tre tate risolvono i problemi ai genitori alla maniera di Mr. Wolf.
Miss Amp di Plan B ripercorre la storia dei Polka dots, dall'inghilterra del 19simo secolo ad oggi, e dà ragione alle tate: "history is punctuated by those who've partied with the polka dot and come off worse for wear."
Cosa cerco in una melodia felice di una canzone improvvisa in un pomeriggio di grigia fine estate quando l’accadere dell’evento-melodia riesce a stabilire una frattura nella mia normale percezione del tempo-pomeriggio e mi ritrovo a riaccogliere il medesimo mistero estetico che sin da bambino mi caratterizzava ed assentava?
Cosa è all’opera in quella canzone ed in questo cervello a metà strada di un incontro/disincontro? Cosa giunge ad incontro se non, banalmente, un paio di orecchie ed un affastellato di aggressive vibrazioni fisiche?
Rimango stupito invece di come questo contatto produca, ed immediatamente, un allontanamento.
Alchemicamente, gli elementi personali della ricezione sono aspirati via da un canale spazio/temporale che - allo stesso tempo – 1) si lascia riconoscere (perché altrimenti non turberebbe il più cospicuo flusso di avvolgenti rumori lontani ed indifferenti che ci provengono dalla vita in ogni istante) e soprattutto 2) giunge come una novità capace di allontanarci da noi stessi.
Affermo che nella felicità d’un mio momento acustico confluiscono dunque queste due forze. Immagino non possa né debba darsi un’analisi scientifica d’un fenomeno eminentemente fenomenologico come questo e quindi provo a reggerlo portandovi a sostegno esclusivamente la mia esperienza di me stesso, aggiungendovi a margine la sollecitante soavità d’un bicchierino di rosso postprandiale.
Quale dunque l’elemento riconoscibile e riconosciuto?
Il fatto che l’orecchio percepisca come fatto dotato di senso la melodia la iscrive nel novero delle abitudini. Il fatto che da una canzone ci si aspetti un senso già codificato, armonia, melodia, ritmo e che strutturalmente tale canzone sia già la promessa di sé. Andiamo affamati di concordanza alla ricerca su un leggero vascello su una mare di noia. Le note per la musica come le parole per la poesia portano tutto il peso della loro necessità, e sferragliano pesanti in assenza d’un’intuizione che le liberi dalla loro staccata materialità. Ad esempio, certe svogliate sinfonie giungono alle orecchie né più né meno che come ammassi di “suoni di strumenti”, effetti collaterali dell’utilizzo primario dello strumento medesimo. I violini fanno(/imitano) i violini, e nelle orecchie giunge tutta la durezza del legno. Si potrebbe persino sputacchiare qualche truciolo come tabacco rimasto impigliato fra i denti del fumatore. La produzione di certe orchestrine di liscio addirittura non contiene alcun elemento volatile: è un canto della materia, esercitazione che funziona come altri proverebbero a non funzionare, studentelli che provano cento volte una parte semplice. Pesci rossi nella boccia dell’imitazione di Cristo.
Se la musica illumina, si fa dionisiaca e spariglia il gioco protervo di una vittoria annunciata lo deve eminentemente all’oscuro fondo di irrelatezza a sé che porta, alla negazione schizofrenica delle premesse sensoriali che la muovono. Cooptata da un demone geniale non coincidente integralmente né con il produttore di musica né con il suo fruitore essa si fa flusso astraente, fisica estatica, estetica di viaggio. Il musicista esorcizza se stesso, si dimentica disperdendo le proprie tessere sul selciato dell’oblio, lasciando chi viene davanti (ma per stare nella metafora della logica sequenziale, dietro) a raccoglierle ed assemblarle esattamente nella forma che il Tempo, imbrigliato nei libri di storia, si sta predisponendo ad accettare come superiore. L’esorcismo deve mirare alla suggestione: il demone vuole magnificare d’acqua santa le proprie ferite e gratificare di porpora sacrale la propria vista. Dev’essere presente almeno un elemento esterno capace di non rispondere di sé e di rimandare ad estremamente altro. Che possibilmente superi la ricezione di parecchi chilometri, come un fondo pensione per il mistero del futuro.
Ma vi sono pure melodie semplici e senza pretese che aprono improvvisi squarci di altroquando in cui è assente qualunque affettazione o ricercatezza. E’ allora possibile che il demone dell’estasi sonnecchi in un istante non relegato alle ristrettezze della teoria culturale; è possibile che sappia farsi beffe d’un armamentario di istruzioni di fruizione o di graduati mediatori e trovi appiglio nell’immediatezza d’un’ebbra profferta d’affermazione.
Non si eluderà mai la definitiva sproporzione fra le cause e gli effetti del piacere acustico: due note banali, una mente che in fondo parla ormai principalmente la lingua della specializzazione (il musicista è raramente una persona ampia) ed un pubblico selezionato fra i più propensi ad essere ingannati, che altrimenti non affollerebbe l’auditorium.
Pur in questo sconfortante scenario naturalistico, al miracolo del piacere continuano a mancare le parole, e le note.
Scomodiamo Gladis Knight per segnalare le ultime novità in casa indiepop.it.
Assorbito da troppi impegni per un solo essere umano, Marco Lombardo sospende la sua collaborazione da Stoccolma, e con essa termina di esistere la rubrica Stockholm Syndrome; potrete continuare a seguire i suoi scritti sulle ben più prestigiose pagine di Rumore e Pig magazine. Da parte nostra non finiremo mai di ringraziarlo per averci fornito uno sguardo da insider sulla scena cittadina, svelando molti dei meccanismi che regolano l'indiepop svedese: è stato bello. Marco ha allo studio altri progetti sull'asse Italia-Svezia sui quali speriamo di aggiornarvi nei prossimi mesi. Fare a meno di lui sarà dura, ma continueremo a seguire al meglio l'imprescindibile (checché ne dica alessandro:) scena swedish. Un saluto a Marco ed Ingrid.