un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Basta, non se ne può più di nessuno che scriva su questo blog.
Quante notti insonni questa pagina bianca continuerà a minacciare sotto il peso d'una contemporaneità avara, o ancora peggio, fertile e generosa di sé (e del niente che coltiva)? Svanita la possibilità della funzione "news " di questo blog, newsizzante, ammorbante, schiumazzante per nulla, rinsecchita l'opzione "ho tante belle sensazioni fornitemi dalla creatività adolescenziale che vale la pena catturare", ed ostracizzato il profeta da un comitato di redazione estremamente ligio all'ortodossia indiepop e che preferisce raschiare il fondo di un barile di sinonimi ed interiezioni piuttosto che sputazzare lubricamente nella minestrella vegetale che qui si pubblicizza e di cui si pasce, io dichiaro solennemente l'aborto spontaneo del 2006 musicale. Un passo oltre e siamo nella fine della storia come titolo dei giornali di domani.
Qualche consiglio. Valido anche per i signori giudici della corte.
Dichiaro fallimentare l'adolescenza. Siete pregati di liberarvene al più presto. Un po' di sport, grandi feste pure, e suonate. Racimolato un numero minimo di groupies, suonate belle cover, tutta la notte. Sarà lo stesso che mettere su un dischetto, vecchio o nuovo, nessuno si accorgerà di niente. Il vino non passa di moda.
Non rompete i coglioni ai vicini. La cuffia è una dimensione più intima, vi aiuterà a capire meglio, tramite il sacrificio dell'udito, i danni dell'assuefazione.
Non crediate nel futuro; ve l'avevano promesso tanto tempo fa, e vi hanno privato di passato. Che cosa scimmiotteranno i vostri figli? La stessa roba di cui vi fate voi, ancora oggi? Verranno meno le generazioni.
Andate a ripescare le vostre cassettine; non erano belle perché c'era buona musica. Erano belle perché eravate voi ad averle assemblate accogliendo i segni magici di una inconsistenza aurorale.
Dedicatevi a qualcosa; chi può, all'intelligenza. L'arte è già lì, tutta indicizzata. Ci sono bei libri e un sacco di registrazioni di trent'anni fa che vi diranno incomparabilmente più delle stronzate che andate infasciando alle vostre pupe.
Dedicatevi alla vostra vita. Fate resistenza, fate crollare il mercato. Imparate che rinunciare ad un disco è enormemente più costruttivo che spendere 40 euro di connessione adsl flat. Cristo è così dannatamente più emozionante stare ad osservare Emule mentre succhia che ascoltare poi ciò che avete scaricato!
Ma ancora meglio è cancellare ogni nick, rivedere ogni identità costruita, mandare i vostri cd al contrario e recitarvi un po' di vita vissuta.
Scivete una canzone. Ma non ora. Una in tutta la vostra vita. Vi fidereste del vostro vicino che ne producesse una a serata? Di uno che non scopa?
Cancellate la Svezia dalle mappe. Quelli lì non vivono, schiacciati dal concetto di perfettibilità sociale. Sono troppo settentrionali. Passano il tempo a suonare e a giocare con le charts come noi con il fantacalcio.
Consegnatevi alla decadenza, ma non immaginatevela triste e rassegnata, immobile e paralitica. Provatela come se dovesse dimostrare finalmente quello che tutta quest'arte va da sempre promettendo. Tocca a voi realizzarla. Morrissey non vi ha salvato la vita, e neppure i Beatles: vi hanno semplicemente fatto ambientare nel mondo e poi fatto accomodare su un divano pieno di merda di gatto.
Bruciate gli Ipod. Vi estraneano dalla realtà di merda, ma quando vi togliete gli auricolari quella è sempre lì. E ormai non sono più uno status symbol. Rischiate pure di non passare più per deficienti da accoltellare in metropolitana.
Disertate i concerti. Sono orge di sudore ed emicrania. Fate prima con un cartello, fate gli uomini sandwich dei vostri desideri profondi: "voglio scopare, ma non so se ne sono all'altezza. Heaven knows I'm miserable now".
Non sobillate nessuno a fare la rockstar, che poi finiscono male. E non è detto che siano così lucidi da ammazzarsi giovani.
Nell'epoca di internet tutti dovrebbero avere il loro momento di gloria.
Usatelo per astenervi.
In quella luce chiarissima di pomeriggio di mezza estate egli era pronto a girare un disco di anonime cartelle. Quasi una condanna, quel rituale. Solo allora risvegliò in sé “Con Peru en la playa” degli iberici Le Mans: essa gli apparve subito la migliore pittura a catturare quell'istante in musica per sempre.
D’impeto fermò la ruota anzi scoloramento, e l'ep Entresemana iniziò allora a diffondersi, emanare il proprio luminoso intenso prodigio. Innalzandosi dipingeva pareti, la stanza, la strada, i palazzi, la città, il cielo.
la ciudad
y después bordear
la playa
Peru va
siempre atrás
agarrándose fuerte a
mi espalda
Senza età e senza memoria, senza inizio né fine, egli parve in un’estasi, come ineffabile, malinconica fragile illustrazione amorosa mai vissuta, scene da un film di Rohmer senza i suoi "inferni leggeri di stagione".
Chitarra e viola di Ibon, la voce muliebre di Jone e percussioni infinitesimali atte a scandire per lancette nuove e a sospendere tutto il mondo senza scalfire.
Quasi perse i sensi in quel gorgo d’ambrosia, nel flusso di otto brani che sognano, vivendosi, ipotesi e varianti di perfezione assoluta della lirica indiepop.
E poi ancora…e poi ancora.
Intentar olvidar, ver su tabla entre las olas
Conducir, y volver por la noche de vuelta a casa
Ojalá él me quiera ver