un blog nato morto e morto giovane
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Mi chiedevo come facessero dal vivo gli Architecture in Helsinki a riprodurre senza fratture l'eclettismo e i repentini cambi di direzione dei loro pezzi. La risposta si è rivelata più semplice del previsto: non lo fanno. Nel corso di una canzone, inseguono una melodia e ad un certo punto se ne disinteressano completamente per rincorrerne un'altra, come una bambina alla caccia di farfalle. Ma tra la prima cosa e l'altra c'è una pausa di un centesimo di secondo che dovrebbe essere invisibile e invece no, e i volti della band sul palco dicono "scusate un attimo" e tu ti senti come se qualcuno avesse appena girato la manopola della radio durante la tua canzone preferita.
Questo, e il fatto che 1) la voce di Cameron Bird rivelasse accenti decisamente meno rotondi di quelli previsti, e 2) in alcuni momenti era come se ognuno suonasse per conto proprio, ha reso deludente la prima parte del concerto di Milano. A metà show sembrava che la cosa potesse finalmente prendere il volo sulle note di "Frenchy, I'm Faking", ma era una finta (appunto): finito il pezzo tutto si è di nuovo afflosciato. I pezzi nuovi poi, un disastro.
Poi però è arrivato l'ultimo pezzo: Do The Whirlwind, con Cameron che si spostava dalla chitarra alle tastiere alle percussioni, ed ogni volta qualcun altro prendeva subito il suo posto come in un meccanismo ad orologeria, e tutti si alternavano in prima fila. Poi le ragazze sono rimaste sole a cantare sulla base di percussioni e tutto si è trasformato da un secondo all'altro in una specie di afterparty che sembrava potesse non finire più, e dai piccoli spalti del Transilvania pareva che il pubblico fosse triplicato all'improvviso, perché la band si era finalmente guadagnata l'attenzione dei distratti.
Sarebbe stato un bellissimo modo di chiudere il concerto, ma non bello come i due bis che sono seguiti, e anche se Kellie ha detto una cosa incauta come "ci avevano detto che a Milano c'era bella gente, nel senso di ben vestita, ma non ci aspettavamo questo", la serata era arrivata al suo punto magico. The Owls Go e What's in Store perfette, una cover di Love Is The Drug dei Roxy, merendine regalate alle prime file, e quando alla fine se ne sono andati via tutti e otto, dalla sala si è levato una specie di singhiozzo generale, e non credo che una band possa desiderare di meglio.
Indieconversazioni al concerto degli Architecture in Helsinki
(prima: un vero lavoro è meno faticoso.)
(fuori dal locale, al cellulare) no, no… sarà una cosa breve…devo vedere questa band sconosciuta… Ha fatto un solo album, cosa vuoi che duri?
(durante: ma io preferivo la Pausini.)
Lui: Allora?
Lei: Eh, simpatici, divertenti.
Lui: Sono un collettivo, tipo… (pausa)
Lei: Ah.
(dopo: ah sì?)
(dal palco, Cameron)
-...e siamo felici di aver suonato con i Jennifer Gentle. Sono una grande band, dovreste esserne orgogliosi!
(dal pubblico)
-Cazzo, ma hanno suonato i Jennifer Gentle?
-Boh.
(Che è la stessa cosa che ho pensato io. A che ora li hanno fatti salire sul palco, alle sei?)
...arriva Rough Trade.
(io l'avevo detto, eh. Anche ad Enzo, stasera)
"I've been quite ill this year so far. It's been difficult. Have held off from mentioning it officially through Mojave sources but as record releases come nearer and tours are being booked, I feel it's time to spill..."
Notizie non buone dalla nostra Rachel Goswell.
Vinco l'award per la peggior foto mai fatta ad un concerto, lo so, ma provate voi a fare di meglio con un telefonino scassato, senza illuminazione e mentre una dozzina di persone vi pianta i gomiti nella schiena.
E poi è meglio così, perché nessuna fotografia potrebbe restituire la magnificenza di Kate Jackson dei Long Blondes al suo apparire sul palco in jeans e tacchi a spillo, il blue scarf imitatissimo dalle ragazzine in prima fila, riccioli neri e l'espressione annoiata sul viso di chi, per dirla con Davide, se la tira di brutto (beh, è lei che canta Some boys will never have me/but that's not my problem, no?), eppure incapace di mascherare quel sorrisino di soddisfazione che le increspava le labbra alla fine di ogni pezzo.
Ho scelto il momento peggiore per vederli dal vivo, e insieme il migliore. La serata del 13 aprile al Fabric era in realtà la pompatissima seconda edizione di Adventures in the Beetroot Field, sedici band (molto poco indiepop) ed altrettanti DJ su tre palchi nel locale più fico di Londra. Eppure dopo la 1.30 tutto si è ridotto al concerto dei Long Blondes, la cui apparizione ha incendiato il centre stage del Fabric come non era successo per nessuna delle band comparse prima: sala stipata all'inverosimile, pogo, stage diving, tutto quanto era stato negato solo pochi minuti prima ai ¡Forward, Russia!, che di certo con quell'aria da cavernicoli si prestano meglio a simili manifestazioni di affetto.
E' stato come assistere ad una incoronazione ufficiale, una nomina per acclamazione: che fosse colpa del passaparola da noi innescato (seeh) o dei paginoni di NME, si è trattato di un autentico trionfo, la consacrazione dei Long Blondes al ruolo di aspiranti next big things di Albione, fuori dal limbo delle band senza contratto ed alle soglie di un'esplosione annunciata ma mai così tangibile, con il pubblico che intonava all'unisono - e a memoria - ogni canzone, e sottolineo *ogni*: persino quelle che ancora attendono pubblicazione ufficiale come "Once and Never Again". E non nascondo che un po' mi è dispiaciuto vederli consegnati alla massa.
Quanto a loro, per ora hanno ambizioni superiori alle capacità tecniche; agli strumenti non sono granché e la personalità dei quattro suonatori latita, quasi fosse delegata in toto a Kate, che si muove lenta come un gatto liberandosi con nonchalance dei ragazzini che si arrampicano sino a lei cercando un bacio. Magnetica, magnifica, e parlo solo di presenza fisica perché la voce, grazie a uno stuolo di tecnici del suono ubriachi, era assolutamente inudibile dalle prime file.
Prima che i Long Blondes si appropriassero della serata, il Fabric era stato un catino di rumore, una convention di sound engineers stonati, preoccupati solo di pompare decibels distruggendo qualsiasi tentativo delle band di costruire brandelli di suono coerenti. Microfoni che annullavano le voci, casse intente a danneggiare irrimediabilmente padiglioni auricolari. Qualcosa però l'abbiamo sentito, mentre ragazzi e ragazze inglesi decidevano di rapportarsi a me e Davide con un'unica frase ripetuta più volte ("pills? Have you got pills?") che probabilmente sottintendeva un ragionamento del tipo questi due sono troppo vecchi per l'indierock: devono essere qui per spacciare. Ecco la lista:
Roland Shanks: tipo Futureheads ma con più muscoli. Ritmi serrati, pop/rock con una punta di melodramma. Uno schifo.
¡Forward, Russia!: versione distorta – no, sfigurata a colpi di machete – dei Bloc Party. Una ferocia persino eccessiva, materiale infiammato e spigoloso (quello che adesso tutti chiamano con un certo compiacimento art rock) penalizzato da un'amplificazione ai limiti del sopportabile: metà del pubblico era con le mani sulle orecchie. Belle magliette, però.
Polytechnic: trame di pop/rock - persino jangly - con derive artsy, un po' come i Sonic Youth di "Sister" con imprevedibili aperture melodiche. E tutto questo nonostante non si sentisse quasi un cazzo (again).
Noisettes: Visivamente, una meraviglia. La frontwoman Shingai Shoniwa è una forza della natura: salta, si tuffa dal palco, si esercita in contorsioni impossibili intersecando chitarra e le proprie gambe, sussurra, strilla come un'ossessa, si spoglia e si riveste, si strappa i capelli. Il batterista è un folle in trance mistica, il chitarrista un imperturbabile poseur. C'è rumore, ovviamente, ed acutissimi strilli, enormemente più sconnessi di quanto si senta su disco. Tutto quello che gli Skunk Anansie avrebbero dovuto essere, nei nostri sogni.
Dai resoconti letti in rete sembrerebbe che i Digitalism abbiano spaccato, ma a quell'ora ero già immerso nel freddo Londinese a cercare inutilmente un night bus che mi riportasse in albergo (che poi, gli inglesi non saranno capaci di far arrivare in orario i mezzi pubblici, ma il giorno dopo le elezioni sanno sempre con certezza chi li governerà. Loro).
- Gli altri due giorni a Londra, meno frenetici ma più in tema:
Al concerto degli Essex Green (mercoledì, 93 Feet East) organizzato da Track and Field ho pensato bene di presentarmi fashionably late, così da perdere un terzo del loro set e i due gruppi di supporto. Sul palco sono ottimi, molto più acidi del previsto e coinvolgenti oltre misura, ma poi uno si chiede come facciano i ragazzi della band a stare in tour per tre, quattro mesi con la bellezza elfica di Sasha Bell senza dichiararsi, senza impazzire, insomma. Segue una splendida "Mrs. Green", ed è già finita.
Venerdì, in mancanza di tutto il resto, lascio fare ad un annuncio di Time Out che dice solo "bittersweet indiepop" (come resistere?) e finisco nella cantina di un pub (Betsey Trotwood), in una saletta incredibilmente piccola che può contenere al massimo quindici persone e ne ospita la metà. La band si chiama Kelman ed è una rivelazione di indiepop autistico, molto più bitter che sweet, ma incomunicante in un modo che spezza il cuore. Ne riparleremo.
(Tre concerti in tre giorni. Per rendere l'idea, tre è più o meno la mia quota annuale)
Qui e qui qualche foto decente dei concerti al Fabric e dei Long Blondes.
Meno tre giorni a Londra e ai Long Blondes, a proposito dei quali ci sono grosse novità: copertina su Artrocker, articolo sul Guardian e titolo di miglior nuova band del 2005 su NME (e che bel premio, vedi foto), il che ovviamente significa un contratto discografico assicurato ed un album alle viste. Come effetto collaterale di tutto ciò il primo 45 giri della band è stato avvistato su ebay intorno alle 40 sterline, che sommate al prezzo stratosferico raggiunto dal singolo Unpopular delle Pipettes significa due cose: 1) senza volerlo ho a casa un piccolo patrimonio (che fra sei mesi non varrà più nulla, ma questo è un altro discorso) e 2) se continua il trend positivo potrei aprire un'agenzia di consulenza in investimenti discografici: compri un 7" a 3 euro e lo rivendi fra due mesi a 60.
Ok, sono forse un po' troppo graziosi, tanto da ricordare gli Aberfeldy e soprattutto i concittadini Supernaturals, che dopo un promettentissimo inizio si persero per strada sino a finire dimenticati da tutti nel giro di pochi mesi, ma a loro potrebbe andar meglio, no? Anche perché i Popup hanno già una descrizione ad uso e consumo delle cartelle stampa: una ragazza carina alla batteria e dei bei tagli di capelli. Chissà se basterà.
Dal sito dei Lucksmiths, l'esilarante resoconto di un volo Qantas diretto a San Francisco, aspettando una certa canzone.