indiepop.it

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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
giovedì, 23 marzo 2006
fan fonts

E' una fortuna non essermi accorto prima dell'esistenza (dal 2005) di un nuovo EP firmato La Casa Azul: le loro canzoni appartengono al sole, ed è appropriato che "Como un Fan" - riedizione di un pezzo dell'ultimo album contornata da due inediti - mi si presenti solo in questi primi giorni di primavera. La cosa più significativa è la presenza sul CD Elefant di due video assolutamente deliziosi, che confermano a che punto sia arrivata la perfetta messa in scena di Guile Milkyway: trasformare (per finta, chiaro) La Casa Azul  nella più improbabile e perfetta delle band da classifica. Gli ingredienti ci sono tutti: bella presenza, sorrisi plastificati, colori accesissimi e l'immancabile immaginario sixties – in particolare quello musical/televisivo, da qualche parte tra la Famiglia Partrdige e i cartoni di Scooby-Doo.
Quello che mi allieta di più dello stupendo video di "Como un Fan" (dopo il sorriso di Virginia) è però la scelta del font. E' lo stesso di indiepop.it! :)
Come sarebbe bello avere un nuovo album ad accompagnare l'estate...


(dal sito Elefant è possibile scaricare anche i video di "Superguay" ed "El sol no brillará nunca más", entrambi tratti dall'album del 2003)

Postato da: howty a 12:05 | link | commenti (6) |

sabato, 18 marzo 2006
A man of wealth and taste

Il problema di Alan Moore (se di problema si può parlare) è che un dannato genio. I suoi fumetti anziché partire da premesse rivoluzionarie utilizzano i più triti cliché della tradizione, di pari passo con i personaggi che li popolano: supereroi invariabilmente simili a Superman, anarchici rivoluzionari, serial killer, mostri della palude, ex-giovani rampanti in crisi d'identità. Ma il lettore non ne avverte il peso semplicemente perché con questi mattoni – e aiutato da una perfetta padronanza del medium - Moore costruisce storie impossibilmente complesse ed affascinanti, trattando l'opera come un gigantesco puzzle in cui ogni pezzo, per quanto minuscolo, finisce al suo posto nell'affresco finale. L'inarrivabile approfondimento psicologico dei personaggi, l'elaborazione della storia su diversi livelli narrativi e altrettante chiavi di lettura, la maniacale attenzione al dettaglio, la formidabile inventiva sono le cose che ne fanno un genio. Nessuno sa scrivere una storia come Alan Moore.

E' per questo che i film tratti dalle sue storie sono delle pallide – e spesso squallide – versioni degli originali. Sceneggiatori e produttori, alle prese con la stessa materia prima, non possono che trarne storie trite, banali, vacue. Non sono abitate dal genio, e anzi la mediocrità delle loro penne finisce con il contaminare e rovinare anche quella parte di sceneggiatura che pretende di rimanere fedele all'originale.
Moore questo lo ha capito da tempo, e dopo le delusioni di "From Hell" (con quell'orribile, inguardabile, incredibile lieto fine), "Constantine" e "La Leggenda degli uomini straordinari" (esattamente il tipo di rapa dalla quale solo Moore poteva cavare sangue) ha preteso che il suo nome non venisse citato nei credits di "V Per Vendetta".
Forse è stato per via di quell'incauta dichiarazione d'amore finale, per la selettiva diluizione dei contenuti più "forti" (l'uso di allucinogeni), per la debole caratterizzazione dei personaggi, per qualche licenza fantapolitica di troppo che rischia di distogliere l'attenzione dal vero messaggio (i simboli e la loro potenza, il valore dell'anarchia). O forse non ha nemmeno avuto bisogno di leggere la sceneggiatura per decidere. Fatto sta che quella scritta "tratto dalla graphic novel disegnata da David Lloyd" sui titoli di coda mi ha rattristato patrecchio. Specialmente perché a conti fatti - e nonostante quanto detto sopra - "V per Vendetta" è il film che più di qualunque altro si attiene alle istruzioni, al messaggio di Moore, mantenendone persino parte dell'enorme forza narrativa, e sarebbe stato bello farlo sapere al pubblico.

Per riparare all'ingiustizia, nel mio piccolo consiglio di procurarsi in libreria/fumetteria l'originale graphic novel "V For Vendetta" (da Rizzoli e Magic Press, la prima in b/n e la seconda a colori) di Alan Moore e David Lloyd, di proseguire con l'intera raccolta del monumentale, splendido, visionario "From Hell" (il viaggio in carrozza di Nathley e Sir Gull nella nascosta Londra massonica è di una bellezza indescrivibile) e approdare poi a Watchmen, l'indiscusso capolavoro, lo spartiacque del medium che ha diviso i fumetti in due categorie: quelli venuti prima di Watchmen e quelli dopo (lo spartiacque ovviamente è il 1986; ci dev'essere stato qualcosa di particolare in UK quell'anno, no?). E a quel punto, tanto vale dare in pasto ad emule il termine "miracleman" e godersi le prime tre, inarrivabili serie da lui scritte. Non so se si è capito, ma io amo alla follia quest'uomo.

Moore oggi scrive fumetti (in edicola ogni due mesi c'è "America's Best Comics", ed. Magic Press), pratica con ferma convinzione le arti magiche e lavora al suo secondo romanzo, "Jerusalem". Se siete interessati, potete approfondire qui:

http://en.wikipedia.org/wiki/Alan_Moore
http://www.alanmoorefansite.com/

Qui le critiche di Moore al film, con particolare riferimento all'utilizzo delle uova come base della prima colazione inglese.

Postato da: howty a 15:13 | link | commenti (11) |

martedì, 14 marzo 2006
L'intervista prima del compito in classe.

Il ragazzo della stanza di Stoccolma non è un mostro di puntualità nel consegnare gli articoli, ma non c'è stata una volta in cui non sia valsa la pena aspettarli. Le chiacchierate sul sofà sono condotte con una franchezza disarmante da entrambe le parti, e svelano in maniera insuperabile la sincerità della scena svedese e il clima di eccitazione che la attraversa. Tutto appare possibile: fondare un'etichetta dal nulla e portarla alla ribalta nazionale, diventare minuscole popstars tramite un sito web, o abbandonare casa e famiglia per inseguire i propri sogni musicali come ha fatto Robert Svensson dei meravigliosi Mixtapes & Cellmates. Sul divano di Marco ed Ingrid, Robert si è confessato con la schiettezza dei sedici anni, parlando di scuola, di ragazze, delle incertezze e della infinita timidezza della sua età in una intervista-non-intervista che è anche uno straordinario attestato di realtà per il pop svedese tutto.
Ecco, la cosa realmente destabilizzante della nuova musica svedese mi pare proprio questa: l'impressionante abbassamento dell'età media di band e musicisti che mina alle fondamenta la stabilità della scena e al tempo stesso la anima in maniera imprevedibile: quella specie di banda paesana adolescenziale chiamata Florian pubblica un album straordinario e poi scompare nel nulla, la ragazza nota come Set Designers esce con un delizioso 7" prima ancora di imparare a suonare e poi –puf-, il nostro AndyPandy è ugualmente disperso (partito per lo spazio, si direbbe) e forse identico destino attende le starlettes del momento, a partire dalle Taxi, taxi: non c'è alcuna certezza del futuro, solo uno splendido presente.

(PS: il prossimo mese Marco intervisterà The Knife per Pig Magazine)

Postato da: howty a 23:05 | link | commenti (1) |

sabato, 11 marzo 2006
Dal genoma alla radio.

Il motore è senz'altro perfettibile (perché la mia Smiths-radio continua a suonare i Cheap Trick?), ma l'idea di pandora.com di creare una stazione radio a partire da una canzone è assolutamente fantastica: per le prime due ore l'illusione di avere *davvero* tutta la musica del mondo a portata di orecchio è tangibile, poi le licenze hanno il sopravvento.
E poi, volete mettere la soddisfazione di poter lamentare che "no, questa canzone non c'entra niente, dai"?

Postato da: howty a 14:42 | link | commenti |

venerdì, 10 marzo 2006
Smallest next big things

Un bel gruppo di mp3 per ingannare l'attesa del prossimo numero di indiepop.it, online tra sabato e domenica (con: Reseacrh, Non Voglio Che Clara, The Knife, Otto Show, Mixtapes & Cellmates, Ant, Studiodavoli, un viaggio nell'indiepop italiano ecc ecc ecc). Alcuni dovrebbero essere già noti a chiunque visiti regolarmente i link qui a sinistra (più diramazioni varie) ma beh, ho selezionato il meglio:)

Taxi, Taxi: Old Big Trees
Di queste due svedesine diciassettenni non ancora uscite dal bozzolo - l'antitesi delle Cat5 – ci hanno parlato Marco e Mattias di Hybris il mese scorso, e un po' tutti si stanno accorgendo di loro. Questa è una tenerissima canzone per chitarra e tastiere, incerta ed incantevole. Bachelor, bachelor...

The Loves: How does it feel to be loved?
Dopo il perfetto ma misconosciuto album d'esordio (per me un'ossessione; da più di un anno devo ascoltare "Chelsea Girl" almeno una volta alla settimana) mi ero rassegnato a non sentirne parlare mai più, invece spunta un sito web e persino un paio di canzoni nuove, ancora sospese tra indiepop e psichedelia d'antan.

Sky Larkin: Somersault (notes)
Da più parti se ne parla con insistenza come della prossima little next big thing: terzetto di bella presenza a maggioranza femminile, vengono da Leeds e hanno un buon demo alle spalle. La qualità è ineguale, ma "Somersault" tocca tutte le corde giuste: oltre ai nomi soliti (pixies, sleater-kinney, eccetera), mi permetto di suggerire le Slits, specie nella qualità del cantato. (via Take Your Medicine)

Amelia Fletcher: Can You Keep A Secret?
Amarcord. Nel periodo di passaggio fra Talulah Gosh ed Heavenly, Amelia Fletcher ebbe il suo quarto d'ora da disco queen. Un po' pacchiano (si era negli anni 80), ma il tocco di Amelia è inconfondibile. La storia è qui. (spiacente, link mp3 expired. Ma se ci tenete e avete una casella gmail chiedetemelo)

Sophie Rimheden: Queen of the Night (Richard Reagh remix)
Lei una disco queen lo è (stata) senz'altro. E prima o poi bisognerà dedicare una paginetta a questa signora svedese, che suona dall'età di tredici anni e produce da tempo una gemma dietro l'altra. Per chi è abituato alle sue scorribande microelettroniche, l'effluvio d'archi di "Queen of the Night" sarà una (bella) sorpresa. (via Fluxblog)

Monkey Swallows The Universe: Jimmy Down The Well
Repost del nostro singolo del mese ad uso dei più distratti: pop acustico ed energico extraordinaire da Sheffield. Nata senza troppe pretese, Sheffield Phonographic Corporation sta facendo un enorme lavoro di valorizzazione dei talenti cittadini, ed è diventata una delle label più interessanti in UK: tenetela d'occhio.

My Enemy: My Time Coming
"ha un sottofondo triste che rimbomba in ogni beat e la gonfia di malinconia, […] a dispetto delle apparenze, goffa e tenera come una ragazza un po' sovrappeso che osservi triste gli amici ballare in pista." scrivevo di questo pezzo. Non è esatto: è meglio di così.

The Shrag: Mark E. Smith (su myspace)
Uno di quei gruppettini pseudopunk inglesi da morirci dietro: non so esattamente chi siano, so solo che vengono da Brighton e sul loro myspace hanno tre pezzi ottimi, taglienti e minimali come si conviene. In circolazione da almeno due anni e praticamente sconosciuti, sia per congenita pigrizia che per sfiga (persino google resistuisce un link sbagliato al loro myspace). Attualmente chiusi in studio "in an effort to get good and make some songs." Speriamo bene.

Monty's Loco: No Halos
Tra Bjork, David Lynch e un western anni 70: Via swedes please.

The Envelopes: Audrey In The Country
La canzone più adorabile dell'adorabile album degli adorabili Envelopes. Sgangheratissima e sublime. Ne riparleremo presto. Via indie mp3

The Triangles: Applejack
Se la magia dei Polyphonic Spree non ha più effetto su di voi (ma quando MTV passa l'episodio di Scrubs in cui cantano "Light and day" non vi commuovete un po'?), potete provare quest'ultimo tentativo di rianimazione. Funziona. (via Martijin e Dimitra)

Primal Scream: Peel Session
La chicca finale: Harvey Williams (proprio lui, l'Another Sunny Day dei bei tempi) posta la prima straordinaria Peel Session di Gillespie e soci: 4 canzoni ( Aftermath, I Love You, Crystal Crescent, Subterranean ) di Love, garage, psichedelia e camice a fiori arancioni. La dimostrazione che Bobby non avrebbe mai dovuto cambiare droga.

Postato da: howty a 23:17 | link | commenti (3) |

mercoledì, 08 marzo 2006
Agenda di un pigrissimo indiepopper.

E' da un anno che desidero andare a vedere almeno *un* concerto al Covo e non riesco a costringermi a farlo. Già il pensiero di due ore e mezza di autostrada seguiti da una sfida all'OK corrall con gli ausiliari del traffico bolognesi (ho già due frecce nella schiena, maledetti) mi atterrisce, ma il nodo che non riesco a sciogliere è il: "dopo che faccio? torno a casa subito (altre due ore e mezza - di notte - dico?) o cerco un bed and breakfast (con vecchietta impicciona annessa)?".
Quindi, avendo in programma a dispetto di tutto ciò di festeggiare per una volta la primavera con un Vero Aprile Indiepop, decido di organizzare un viaggio a Londra. Lo so che suona assurdo, ma ho come idea che la distanza (per non parlare della possibilità di conoscere finalmente di persona Davide) giustifichi lo sforzo. E poi via, il tempo che impiego ad arrivarci è più o meno lo stesso.
Penso: delle due band che in questo momento darei un occhio per vedere, almeno una suonerà ad aprile, no? E aspetto.
Poi arriva puntuale la mailing list delle Pipettes che annuncia:

13/4 – London SEOne Club – Insomniacs Ball

Insieme ad altre quattro band, il cui nome è scritto in caratteri troppo più grandi.
Allora corro sul sito dei Long Blondes e penso che forse per un'incredibile coincidenza sono anche loro a Londra la sera prima, o quella dopo, o nel fine settimana, ed ecco che:

13/4 – Adventures in the beetroot fields @Fabric, London-

Che suona interessante ma cazzo, è *lo stesso* giorno, e poi - untrendy come sono – davvero me la sento di entrare al Fabric (ci sono anche i Forward, Russia!, non so se mi spiego: la prima next big thing *originalegarantita* del 2006)?
E anche se forse preferirei le Pipettes, penso che: 1) le ragazze faranno un set da 15 minuti al massimo, 2) dei due gruppi è quello che ha più probabilità di venire prima o poi a suonare in Italia – al Covo, scommetto, e saremmo punto e capo – e 3) non è vero: in realtà preferisco i Long Blondes.

Altri concerti programmati per l'Aprile Indiepop (tutti a Milano):

Studiodavoli – 7 aprile, FNAC. Ma solo allo showcase pomeridiano. La sera c'è il concerto vero alla Casa 139, ma lì non vado, a meno che non decidano di spostare il locale dal lato opposto della città. Non c'è niente di più triste della tangenziale ovest di Milano alle due di notte, se lo chiedete a me. Quando vedo l'uscita "C.A.M.M." mi viene il magone. Come si può chiamare CAMM un qualsiasi posto al mondo? Come si può stare su una strada che prima o poi ti presenterà un cartello con la scritta "CAMM"? Il nuovo album è bello, ma non nel modo che mi aspettavo.

Architecture in Helsinki – 27 aprile, Transilvania. Il posto è orrendo ma è uno dei pochi locali al mondo che so raggiungere senza perdermi. Di solito.

Isobel Campbell (24/4, Rainbow) ancora non so, devo pensarci bene. Non so se sono pronto a tirarla giù dal piedistallo (e poi leggere "tour mondiale" e "Isobel Campbell" nella stessa frase mi fa ridere).

Postato da: howty a 02:40 | link | commenti |

lunedì, 06 marzo 2006
Living in a Mocca Wonderland

Era un piccolo cruccio il fatto di non avere mai avuto occasione di parlare dei Mocca, favolosa band indiepop indonesiana: ma sino a 30 minuti fa sembrava impossibile non solo procurarsi una copia fisica del loro album d'esordio "My Diary", ma anche ottenere la minima informazione in lingua inglese su di loro. Persino Martijn, il primo di noi a scoprirli (per modo di dire: sono attivi da sette anni), ha dovuto accontentarsi dei file audio che circolano in rete, i cui fruscii non riescono a nascondere la semplice meraviglia delle evoluzioni per flauto, chitarra e tastiere di "Secret Admirer" e "Twist Me Around", che resuscitano e addirittura (ascoltatele, prima di storcere il naso) migliorano i primi Cardigans con uno strato di candore extra.

E ora i Mocca hanno deciso di rimediare: su mymocca.com scopriamo che sono in quattro, che la Nina Perrson dagli occhi a mandorla si chiama Arina Simangunsong e suona il flauto, e che hanno inaugurato un bel podcast mensile in perfetto stile talk-show radio anni 60 con tanto di esecuzione unplugged di "Lucky Man".

Postato da: howty a 21:00 | link | commenti (9) |

venerdì, 03 marzo 2006
it's a beautiful game

Così vanno le cose in musica: riascolto una canzone il mese scorso, dopo un buon numero di anni, per una recensione su indiepop.it (è presente sulla raccolta di él Records) e lei mi appare suonandosi dentro un sogno recente, sogno ovviamente di cui dimentico situazioni e attori ma in compenso non riesco più a liberarmi di lei: it's a beautiful game, dei Cavaliers, bossetta termico-equatoriale di quelle infallibili, presente in diverse raccolte di EL, oltre che come 7'', ineffabile e sospesa, tutta Crepuscule/Isabelle Antena, inquietante e infida nonostante le vibrations positive e accese che trasmette.

E così sono dilaniato tra l'inverno del sentimento dell'elegiaca New York Tendaberry di Laura Nyro (l'ascolto martellante di febbraio) e questo scherzetto fuori stagione, che avrei dovuto metabolizzare da tempo e che invece si vendica così, mi seduce e asserve a sè..

Postato da: FlightSensation a 11:22 | link | commenti (2) |