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Ascolti

 

[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
domenica, 21 agosto 2005
Humpty Dumpty

Il disco è finito, con esso io, prosciugato a partire da chissà quale miscreduta vitalità generatrice. E’ l’istinto che spinge la coda della lucertola amputata a dibattersi ancora qualche attimo prima di cedere ad un riposo che non si merita mai abbastanza. Il riposo si confà ad un corpo morto; in me è l’impulso a non voler guardare a tener sollevate le palpebre. Che idiozia: voler parlare di quanto si è parlato, e indulgere a volervi trovare una linea di continuità, forse persino un senso. Sedici canzoni che non ho avuto il coraggio di dimezzare, di non arrangiare o persino di lasciar perdere. E’ una strana vergogna a portarmi dove tale vergogna potrebbe trovare nuova amplificazione. Come quella donna che, fobica dei topi, si fa rinchiudere in una bara buia con 120 ratti. E per farlo sceglie la televisione. Naturalmente una messa in scena, ma rende bene. I ratti sono le canzoni, composte di parole e note; il mio corpo lo spazio vuoto che lasciano dentro la cassa.

Se arrivi ad avere la tua idea delle cose e smetti di credervi non per via di conferme o smentite ma semplicemente perché essa ti conferisce una posizione nel mondo, allora il mondo ti abbandona. Se non puoi saltarlo a piè pari, se non puoi esserti guadagnato la distanza che sola ti eviterebbe il soffocamento del pensiero, allora i suoi dati prendono a mostrarsi intercambiabili. Dietro ogni idea si agita uno spettacolo di tipi e giungi a chiederti cosa rimarrebbe degli attori se osassi privarli dei vestiti.

Con le parole, non ci si riesce a spogliare mai abbastanza: le parole sono un criterio di vestizione. Ogni esorcismo è cura omeopatica, veleno contro veleno – e l’opera è la concentrazione dei falsi dolori e dei rimedi sbagliati. Concentrati ed esportabili. Quale sofferenza non agogna a spandere sofferenza? Un corpo malato sogna il contagio, non la guarigione. Sogna la punizione per sé e per gli altri e si solleva solo quando il mondo gli è omogeneo. Così le grandi utopie, così i grandi sterminii. Salvo poi ritrovarsi senza neppure un motivo per star male: il successo è la solitudine che consegue ad un atto di forza che ha trionfato, e che non trovando altro da aggredire demolisce uno dopo l’altro i suoi motivi, se stesso ed i suoi ambasciatori.

In qualche modo, portare a termine un nuovo disco, è un successo per me. Mi sono sempre accontentato che il gesto esercitasse il suo potere di annichilimento sul corpo esausto di me. Io sono la scala ridotta del male che ogni conseguente rockstar desidera per il mondo, computando il proprio potere sul numero delle copie vendute. Allo stesso modo, conto il numero degli amici infettati dalla mia amicizia, pagando il biglietto dell’ascolto.

Capisco anche che il movimento è interrotto; lo vedo mentre rifiuta di percorrere l’ultima conseguenza possibile: la diffusione. Non mi accorgo subito, così facendo, di mettere da parte quanto al prossimo spurgo di “creatività” servirà per ingenerare la stessa fame di espressione. Cosa si può ancora dire quando qualcuno s’aspetta quanto dirai, e quanto dici è solo quello che rimane di quanto non vorresti non aver mai detto? Sarebbe darsi un luogo, scriversi, e guardare lo spazio pieno in contrapposizione allo spazio vuoto: come un puzzle la cui composizione avanzasse. Nelle mancanze rimane l’ossigeno ancora da respirare ed il disegno tende all’espansione. La composizione di me stesso mi spinge quotidianamente verso spazi sempre più piccoli. E’ una gabbia per criceti in continua riproduzione. Avrei voluto piuttosto imbracciare un fucile e mirare ai piccioni, e della molteplicità fare un uno.

Invece i pensieri mi si sono riprodotti con virulenza, ognuno invecchiando e morendo nell’attimo supremo della realizzazione e lasciando nella mia stanza, sul pavimento, una serie di cadaveri la cui sepoltura dentro il disco è l’unico modo di allontanare dal mio naso. Sedici cadaveri. Troppi. Una fossa comune: “be no more time”.

Per loro, la vita cessa. Non basta il vostro giro fra le tombe. Ma per me, che sono il timer, c’è da attendere ancora: la fame torna dopo ogni pasto volendo in cambio solo e soltanto altra fame.

Messa così, sembra quasi che io stia lamentandomene. Che per uno stupido dischetto di musica prodotta con un pc e qualche microfono, di cui dovrei invece ringraziare uno strano processo di non adeguazione alla mia intelligenza e di due mesi di lontananza dal morbo del lavoro retribuito, io mi trinceri dietro il finto sdegno di un’aristocrazia che malcela la propria presunzione.

Soprattutto vi parrà che io non abbia ancora guadagnato quel piano da cui pontificare. Che non vi sia bisogno, per un disco che deve ancora elemosinare il vostro gradimento o il vostro sdegno, questo spreco di parole.

Eppure, adesso che le metto giù, mi sembra che le canzoni siano state solo il pretesto. O forse meglio, che questo breve dire sia la canzone mancante, la pietra di volta.

Come tutto il disco, ho la certezza che finirà per interessare solo me e i pazzi per cui non sono solo un nome, e che questo interesse non sia comunque sufficiente. Ma così è. Così è stato. Così sarà, fino a che cose più importanti mi faranno ripensare a questa estate con nostalgia.

Non avrei dovuto scrivere quanto ho scritto. Ma allora non avrei neppure dovuto suonare.

Non dovrei essere io.

Perché allora mi mancherei infinitamente.

 

Be no more time

Postato da: venator a 14:54 | link | commenti (1) |

sabato, 13 agosto 2005
seconda breve teoria reazionaria sulla deperibilità del rock

Si potrebbe avanzare l’ipotesi che sia l’ego dei musicisti ad avere alimentato linfaticamente il rock dalle origini sino ad oggi.

Forti di una nuova scoperta in ambito sonoro, una nutriente sferzata di elettricità capace di amplificare sino alla mozione di emozioni quisquilie quotidiane, era finalmente possibile informare il mondo intero di quanto una mente relativamente comune potesse contenere in termini di sensibilità, rabbia, voglia di ribellione; delle sue singolari (ora consuete ora inconsuete) reazioni ai costumi in evoluzione, ai soprusi sociali, o semplicemente quanto quella ragazzetta incontrata ad una festa di amici sollevasse di sentimentalmente assoluto. Quanto fosse bello il sesso che la chiesa limitava a fini riproduttivi e quanto fosse divertente sperimentare pigiando bottoni di macchine sempre più complesse e roboanti. C’era energia ai concerti, c’erano bei vestiti, a volte grandi allestimenti visivi. C’erano le droghe, le bizzarre associazioni che consentivano, e i limiti (non tanto della mente, quanto della cultura che tale mente aveva appiattito entro i vincoli d’un quotidiano moralmente codificato) che consentiva di scavalcare. Vennero le ideologie rock, i videoclip, e l’inarrestabile inondazione del merchandising.

Venne il punk, che permise a quanta più gente di imbracciare una chitarra e giustificare selvaggi pestoni sui tamburi. Non occorreva più neppure che l’ego s’esprimesse con mezzi musicali; il concetto di musica s’estese a qualunque elaborazione sonora che prendesse a pretesto l’utilizzo variegato di strumenti per cantarci sopra qualsivoglia cosa: con l’espandersi del mercato chiunque poteva veicolare messaggi che una fetta più o meno larga del pubblico discografico poteva fare propri, sia pur per periodi limitati. I grandi imprenditori musicali erano quasi più versati nella fenomenologia del costume che in materia prettamente musicale. Nessun giudizio di valore poteva impedire ad un pessimo disco di vendere grandi quantità di copie o a uno di alto livello di non giungere neppure ad una sufficiente distribuzione.

In ultimo venne la possibilità di incidere, con sufficiente brillantezza, con scarsi mezzi. Addirittura a casa propria mentre il rumore della televisione o dei vicini fa da sfondo.

E’ qui che l’ego perde definitivamente la sua aura. E’ qui che il dicibile musicalmente perde lo spazio vuoto che si apriva fra autore/pubblico per diventare pervasivo a livelli intollerabili.

E’ qui che si svela l’inganno: abbiamo idolatrato a lungo personaggi che altro non possedevano che una bella voce o un bel viso o un distinto modo di ancheggiare o una volgarità tanto esplicita che facilmente poteva venir fraintesa come prodromo di rivoluzione culturale , e che avevano avuto abbastanza fortuna da permettersi di registrare un disco con tutti i crismi sonori. Potenzialmente siamo tutti come loro. Potenzialmente possiamo esprimere quegli stessi contenuti, se non meglio con un po’ di applicazione ed un po’ di fortuna.

Ci procuriamo musica con la stessa facilità con cui la produciamo. Siamo rassegnati a vedere il frutto di questa democrazia espressiva spinta fino al livello del rigetto totale. Il livello del controllo qualità è soltanto il livello del controllo della comunicatività. Più comunicativa - e si legga soprattutto: più banalmente estrinseca - è la proposta più possibilità ha di sfilare negli osceni carrozzoni video di mtv o in uno degli ennesimi festival(bar) alternativi. Certo, nel range delle proposte è giusto si annoveri che la comunicatività sposi il desiderio di diversità: altre migliaia di gruppi mediocri ricalcano “generi” meno commerciali ma che in fatto di creatività stanno allo stesso livello della musica da stadi pieni. L’identificazione deve scattare e il mercato non può non tenerne conto. La mediocrità diffusa (che una volta era “concentrata”) consente anche grande spirito di fazione, volgari disfide estetiche che niente hanno di dissimile dal tifare per la squadra di calcio di questo o di quel paese. Sfido chiunque a dimostrare la sostanziale differenza fra un gruppo di cui diciamo “fantastico” e uno di cui diciamo “merda assoluta”. Quale privatissimo meccanismo, quale sottile transfert ci guida qui o lì? L’importante è che la shirt sia marchiata, che sia Lacoste o The Cure. Troveremo di cosa discutere con qualche anima gemella che per caso quella mattina ne indossa una uguale. Spesso ci innamoriamo di chi indossa una maglietta ed estendiamo tale predilezione alla musica simboleggiata. Perché no?

La frontiera, vicinissima, è che chiunque produca la propria musica e che indossi ormai solo le shirt di se stesso. E ognuno finirà per ascoltare solo o prevalentemente le proprie scorregge, o al massimo quelle degli amici. L’ego non ha barriere di suo, figuriamoci quando, foraggiato, plagiato, riesce ad attecchire su qualche centimetro di esterno.

Le canzoni continuano a ripetere “I, me, mine”, la musica continua a gracchiare gli stessi accordi da sempre e ormai tutte le associazioni di colori su tutti i vestiti sono state sondate.

Se c’è un lato positivo in tutto questo è la noia per me stesso, il crollo definitivo di ogni sogno di notorietà e la fine di una lunga dipendenza dal mito della musica popolare.

Non c’è – definitivamente – più niente di nobile, bello, desiderabile nell’esprimere se stessi attraverso il rock.

Per le nuove generazioni, la droga farà ancora un po’ effetto.

Noi, gli assuefatti, io e tutti i compagni trentenni e più, caduti sul campo dell’espressione, possiamo finalmente pensare di iniziare a ricostruirci una vita, forse più grama, ma senz’altro più simile a noi stessi. E non pretendendo che ciò possa interessare qualcun altro.



Postato da: venator a 15:36 | link | commenti (7) |