indiepop.it

un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)

    

Ascolti

 

[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
venerdì, 29 luglio 2005
Chiedi chi erano i Wedding Present

Per motivi ingoti ma di certo non sgradevoli, in questa torrida estate si torna a parlare di C86. Mentre enzo segnala che questo tizio ha messo online tutti i pezzi della cassettina (non che non si trovassero anche su slsk, ma fa piacere lo stesso), i due massimi esperti in materia procedono a distruggerne accuratamente il mito nei rispettivi blog rispondendo alle domande di un misterioso questionario (sembra che un ragazzo svedese stia per scrivere una tesi di laurea sull'argomento. Vi pare possibile?).
Everett True e Alistair Fitchett, ovviamente.

Spazio trivia: Duglas T. Stewart degli indimenticati BMX Bandits spedì un brano a NME per l'inclusione nella cassetta C86. Dopo il rifiuto decise di intitolare il primo album della sua band "C86", ma a quanto dice Stewart l'idea andava oltre: "Volevo che ogni canzone dell'album avesse per titolo il nome di un gruppo sulla cassetta di NME. Ma il resto della band mi ha convinto che era un'idea ridicola". Ma perché?

Postato da: howty a 11:22 | link | commenti (2) |

martedì, 26 luglio 2005
Per un capello

Beh, tutto sommato su Google non va poi così male.

(sì lo so, dovrei postare cose più serie di questa, ma per me è come se fosse già ferragosto)

Postato da: howty a 23:54 | link | commenti (3) |

breve teoria reazionaria sulla deperibilità del rock

Vorresti che i dischi crescessero con te, che ogni scaffale fosse un altare per gli spazi che una volta s’aprivano sulla rivelazione che una certa melodia aveva generato.

Azzardo un’ipotesi: esiste per ogni mente uno spazio d’immaginazione che a primo approccio ogni soluzione melodica apre, e che dà d’acchito una scossa tale da permanere in quanto aperto. Si aprono dei campi estesi in cui muoversi in grande libertà. La felicità dell’ascolto è la perfetta capienza dello spazio che accoglie ogni mossa, fisica o immaginaria. Dentro un disco c’è spazio per una ragazza, per un disegno di vita, un significato per ogni goccia di pioggia, che in verità, oh, sembra così causale. Le esperienze ricevono e donano a quel segreto nucleo di libertà sfaccettature vieppiù ricche, e si mescolano, nella facoltà simbolica del linguaggio, a quanto riteniamo essere il quid di quel disco. Spesso non occorre sia neppure un gran disco: per chi è affamato di spazi alternativi al reale, e profondamente intrigato dall’esclusiva capacità di tangere segreti emotivi - vergini alla razionalità del quotidiano - che è propria della musica, un primo incontro casuale con un disco casuale può dare le stesse profonde scosse che dà allo scafato conoscitore la difficile epifania d’un nuovo ineffabile capolavoro.

Brutalmente: la musica è un pretesto per far emergere l’armonia che è in noi; che sui passaggi di note di Eleonor Rigby si esercitino i Beatles o Raffalella Carrà – la mente fissa i suoi punti cardinali e da lì fa procedere le sue mosse. Questo, ovviamente, riguarda l’aspetto armonico-melodico. La sovrastruttura del preferire questo a quello è già questione esterna all’epifania sostanziale.

Di quanto siamo debitori alla nostra infanzia nella fissazione dei nostri archetipi? Non fatico ad accettare che i ragazzi di generazioni di poco o di molto successive alla mia preferiscano e difendano a spada tratta tutta la paccottiglia riciclata indiepop all’opera omnia dei Beatles. Semplicemente, l’hanno ascoltata prima. Semplicemente hanno aperto spazi a partire da copie sgrezzate e camuffano la sazietà raggiunta con un’analisi cripto-storica per cui certa musica sarebbe ormai “superata”. L’esatto opposto è ugualmente vero: chi si è ingozzato di quelle scene primeve del rock, digerendone il fascino nella fortunata epoca del loro pieno manifestarsi storico, e quasi fiancheggiandolo, insieme al suo estinguersi creativo eclissano la loro curiosità. Non di rado essi apprezzano questa o quella canzone “moderna” per la loro somiglianza a qualche canzone “dei loro tempi”, concedendo, se non l’approvazione dell’originalità, quantomeno il riconoscimento del modello giusto per l’imitazione.

Talvolta la “forma” dell’espressione musicale, e in specie nei casi di grandi mutamenti formali, riesce, per chi tenta di seguirne l’iter trans-generazionalmente, a far scivolare in secondo piano l’ineluttabile riciclabilità del modello, la combinazione armonico-melodica. Talvolta restringendola (il punk), talvolta allargandola a dismisura (il prog.); talvolta rallentandola e talvolta velocizzandola, talvolta suonandola in battere talvolta in levare, talvolta rarefacendola, talvolta condensandola - e fornendo, in associazione con il quadro culturale d’insieme d’una generazione nuovi spunti di speculazione (che condizionano e guidano la ricezione, nonché la produzione), ma al loro interno esprimono tutte il medesimo ineliminabile sostrato essenziale: la limitatezza dei rapporti tonali. Altre tradizioni, vedi musica indiana, fissano diversi intervalli sul medesimo spettro udibile, lavorando nell’ambito di percezioni più fini ma non per questo meno stucchevoli, dato che poi gli intervalli tonali sono già una sorta di rimedio all’immobilità della percezione conscia.

L’amore per la musica è, a questo livello, un necessario tramontare, un crescere violento, una morte prematura.

I dischi non crescono, ma implodono. La dimenticanza è una forma di sopravvivenza. Le pause fra i propri amori musicali hanno la stessa importanza degli intervalli di silenzio fra le note.

Niente di nuovo sotto il sole.

Postato da: venator a 23:42 | link | commenti (1) |