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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Quella che segue è un'intervista sull'argomento Field Mice realizzata per una nota rivista musicale nazionale da Rossano Lo Mele al nostro Alessandro, interpellato in quanto "massimo esperto" (massimo esperto a portata di mano forse suona meglio) in materia.
Rossano ci ha cortesemente informato che l'intervista non è potuta apparire sul numero in edicola per mancanza di spazio [inserire qui commento sarcastico], il che ha escluso ogni possibilità di acquistare il numero di aprile per sapere se l'articolo sui FM a sua firma sia presente (ed ha escluso anche che quel simpaticone di Sorge facesse inavvertitamente pubblicità gratuita ad una webzine, I suppose) e con che taglio.
In ogni caso mi sembra opportuno rilevare la discordanza fra il tono delle domande dell'intervistatore (abbastanza evidentemente convinto che i FM siano il più grande gruppo indiepop di sempre) e le risposte di Ale, che cerca invano di convincerlo del contrario. Non ho ancora letto l'articolo su Blow Up ma a giudicare dal poco fantasioso sottotitolo ("la più grande indiepop band del mondo") l'impostazione sembra la stessa. Dev'esserci una specie di virus in giro.
Orbene, se dev'esserci dibattito sulla (presunta?) grandezza dei Field Mice, questo è il luogo adatto. Gli articoli in home page li avete letti (vero? qui e qui), l'intervista è qui sotto; Leggete, ascoltate, e poi se ne avete voglia lasciate traccia di voi nei commenti.
Prova a spiegare da un punto di vista "storiografico" cosa hanno significato i Field Mice per la musica inglese del periodo e/o in generale. Quanto la loro estetica si è riverberata ai giorni nostri e oggi chi incarna quel tipo di attitudine. Chi sono i loro eredi?
La componente per così dire dance è abbastanza importante nel suono del gruppo (prendi Missing the Moon): non è che li ha ostacolati, in quanto gruppo "esistenzialista"?
Temo, per l'affetto che mi lega a questa band e mancandomene però una prova certa, che il loro impatto non sia stato così eclatante sulla scena indie del periodo come si tenderebbe a immaginare adesso sulla scorta anche del glorioso duro-e-puro presente di Bob. Credo piuttosto che, nonostante i riconoscimenti sia critici che commerciali ricevuti al tempo (sia in patria che soprattutto in Francia, dove fecero perdere la testa agli ultra radical-chic di Les Inrockuptibles) i Field Mice fossero "chiusi" su svariati versanti da personalità più influenti. Mettiamo: sul versante pop intimista Wratten non aveva la capacità letteraria di Morrissey, eppure sondava con la massima onestà ed efferatezza il proprio miserabilismo. Gli mancava una certa capacità di sublimazione poetica. Dove Morrissey trasfigurava Keats, Yeats e Wilde adattandoli (e quanto abilmente) alle bisogna delle proprie minute insoddisfazioni quotidiane, Bob se ne usciva con canzoni della portata concettuale di "I can see myself alone forever" o "If you needed someone" (if you need someone to hold you when you are afraid/I'll hold you// if you need someone to make you happy when you're sad/I'll try to/ if you need someone to tell you everything is gonna be allright/ I can do that...adoro questa canzone, non fraintendermi, ma è impossibile non arrossire un po' canticchiandola). E' difficile anche adesso immaginare come Bobby potesse farsi largo fra personalità del gotha indipendente - chessò Robert Smith o Morrissey - con una poetica così fragile. Sul versante strettamente musicale il loro tentativo di aprirsi alla dance alternativa, ne converrai, fu un po' goffo e non credo d'essere l'unico a ritenere che le loro cose migliori siano quelle in cui il sequencer o non c'è o giace in secondo piano rispetto alla strumentazione tradizionale. Giusto per dire una sciocchezza: prova a paragonare la loro "Triangle" (su Skywriting) con "Bizarre Love Triangle" dei New Order. Sembrano bolsi, incapaci di dare uno sviluppo melodico ai pezzi. E ci sono quei suoni elettronici, nei New Order così magnificenti, nei Field Mice così cheap. Credo fosse una questione di fondi: i FM lavoravano con una piccola drum machine ricevuta in dono dalla sorella di Bob in occasione della formazione della band.. Poi diciamo la verità fino in fondo: questa inquietudine d'orizzonti strumentali tolse al nocciolo dei fan più incalliti una chiara immagine dei loro beniamini. I Field Mice volevano diventare famosi. Era altresì inevitabile lo scontro "artistico" con
L'estetica dei Field Mice devo intenderla in senso eminentemente "poetico" per poter interavedere una discendenza. Musicalmente oggi suonano ingenui proprio nel loro tentativo di travalicare i confini del Sarah sound. Poeticamente, invece, non erano diversi dalla quasi totalità dei gruppi Sarah. Se oggi l'intero catalogo di quell'etichetta è così influente nell'aver marcato a fuoco il destino dell'indiepop è perché ha saputo mantenersi sovieticamente fedele alla linea. Ai FM fu concesso, a fronte del successo di vendite, di stornare un po' dall'ortodossia. Sembrerà una bestemmia, ma a mio parere i FM sono fra i gruppi meno "influenzali" della Sarah e i loro eredi non possono che essere i Trembling Blue Stars.
Ok, ora vai pure sul piano personale: cosa hanno significato per te i Field Mice?
Essenzialmente erano delle seconde file nelle mie gerarchie celesti. Li sentivo più "freddi" dei loro colleghi, meno approssimativi, più professionali. Questo mi faceva preferire gruppi tecnicamente meno validi, come i Sea Urchins, o più smaccatamente derivativi, come i Secret Shine, o meno dotati, come i Brighter. Ero un quasi-integralista: mi piaceva pensare che i gruppi della Sarah fossero alieni da qualsiasi propensione a fuggire l'anonimato, che vivessero chiusi in camerette ideate a imitazione di catacombe e che avessero paura dei raggi del sole. In questa prospettiva i Field Mice erano pericolosi devianti, asettici per via delle copertine scarne e un po' geometriche (a imitazione di quelle della Factory per cui nutrivano un certo culto) e soprattutto per l'esecrabile uso della batteria elettronica (tranne che in "For Keeps" quando la formazione contava già 5 elementi compreso un batterista). Certo, nessuno scriveva pezzi così perfetti in quel roster di non-talenti. Penso a "So said kay", "The last letter", "Quicksilver", "
E' possibile immaginare che senza di loro
Credo che i Field Mice abbiano dato una certa visibilità all'etichetta ed in questo senso essa deve loro molto. Ma
Cosa è mancato ai Field Mice per entrare tra i grandi del pop-rock? Cioè, a livello di culto lo sono, ma anche nelle ristampe si parla di "missing link" tra New Order e Smiths. Senz'altro lo sono stati, ma per pochi. Perché non se la sono giocata anche con i due gruppi sopra citati? In fondo anche la parabola degli Smiths è stata breve.
A furia di sembrare accanito, credo che i Field Mice fossero palesemente inferiori ai gruppi che citi, sia a livello di personalità che di risultati conseguiti. Le tre (stupende) ristampe/opera omnia della LTM chiariranno a chi non c'era tutti i meriti e tutti i limiti dei Field Mice. Aggiungi pure, a spiegazione di questa mancata transustanziazione, i problemi di paura del palco di Annemari, di gelosia di Michael (vistosi rubato l'amico dalla nuova cantante/tastierista nonché fidanzata), e i dissidi con l'etichetta. Gli Smiths erano dominati da due personalità carismatiche, i New Order erano una gang di imprenditori di se stessi - i Field Mice erano ragazzi pieni di problemi. E questo influì, internamente ed esternamente.
Cosa ne pensi dei Trembling Blue Stars? Godono solo della fama legata a Wratten o no? (nda: a me piacciono parecchio)
Sono, nel bene e nel male, un gruppo da culto. Musicalmente credo che Bob sia giunto al culmine della sua abilità e che, costruitosi un'immagine abbastanza forte di sé, non abbia molta voglia di fare niente per variarla. I Trembling Blue Stars incidono lo stesso disco da quasi dieci anni, e lo fanno con l'energia e la convinzione del primo giorno. Se pensi che poi ogni testo di Bob tratta della fine della sua relazione con Annemari non avrai difficoltà nel ritenere con me che ciò abbia del patologico. Ecco, questo è l'aspetto che più apprezzo di Bob, la sua patologia, la sua fissazione. I TBS sono la sua pratica apotropaica, il suo esorcismo, la sua voluptas dolendi. Certo è dura accettare che non sia ancora riuscito a rifarsi una vita. O immaginare che l'avvento di un nuovo amore possa segnare la fine di un progetto così ormai ben rodato. Ma questo è, e chi, come me, ascolta indefessamente i TBS è perché ad una indole malinconica assomma una grande nostalgia per gli anni della Sarah.
Hai mai conosciuto personalmente Wratten o qualcuno del gruppo? Nel caso ci puoi raccontare dell'incontro? E nel caso non li avessi mai incontrati: cosa avresti voluto dirgli?
Non ho mai avuto la fortuna, specie perché sono un indiepopper anomalo: non amo i concerti né i musicisti in quanto hanno di reale, fisico, umano. Mi sono concesso sempre poche deroghe a questa noia del fingermi qualcuno. E in fondo ho il sospetto che tutta questa triste storia di Bob sia solo un modo per confermarsi in un'identità creativa. Forse Bob ha avuto mille storie, forse è un vero playboy ma, quando imbraccia una chitarra o pensa alla vita, canta solo di Lei. E' bello, in un certo senso. Sarebbe brutto opporgli spiegazioni di natura psicanalitica, ma insomma. Gli chiederei cosa diavolo ha combinato negli ultimi dieci anni.
Ma a sentirli oggi, le loro canzoni ti paiono invechiate x l'Inghilterra degli sbarbati neo r'n'r oppre credi che (come gli Smiths) + passerà il tempo e più diventeranno grandi?
Quanto di grande v'è nell'opera dei Field Mice è tutto in "Coastal", la raccolta ufficiale Sarah, e se vogliamo abbondare, in quella - doppia - Shinkansen: "Where did you learn to kiss that way?". Quanto v'è di atemporale in esso non andrà incontro ad invecchiamento ma neppure - credo - a nuove giovinezze. E' lì, avvolto dall'ambra, sempre disponibile ma votato ad una perenne secondarietà. Posso sbagliarmi, e me lo augurerei.
Quale loro canzone e parole utilizzeresti per manifestare i tuoi sentimenti a una signorina?
Credo che quella privatissima del rapporto di coppia sia la dimensione giusta per cantare "If you need someone" senza imbarazzarsi. Se ne conoscesse le parole, Cristina saprebbe che è per lei.
The Girl On The Left has left the group. The Girl In The Middle (I know this is how you refer to them all) now stands on the Left and there is now a New Girl In The Middle who I believe is Welsh and has blonde hair. I saw them last night (it was her first gig) and she was very good, and I think might become people's Favourite One.
Porca miseria, di questi tempi non si fa in tempo a gioire per un sette pollici che subito arrivano le brutte notizie.
(per chi ha problemi con le indicazioni: è la rossa)
A chi - come il sottoscritto - sta ancora esplorando gli angoli di "thy is a word and feet need lamps" facendo l'inventario di ogni meraviglia la cosa sembrerà un po' prematura, ma Mr. Ringhofer/Half-handed Cloud ha appena terminato di incidere su un registratore a 4 piste i demo del suo quarto album, provvisoriamente intitolato "The Weaver of Mike Seaver" e ancora concentrato sulle Scritture. Tutto è stato fatto nel giro di 35 giorni, seguendo il consiglio di Dan Smith (Danielson Famile) che gli ha suggerito di lasciar scorrere il suo flusso creativo senza impedimenti. A giudicare da questo mp3 i risultati sono eccellenti anche in versione estremamente lo-fi.
John spera che l'album vero e proprio possa essere pubblicato entro un anno, ma considerato che le prime registrazioni di "thy is a word" risalgono al 2001, non mi aspetterei di vederlo in giro a breve. Anche perché Ashtmatic Kitty pubblicherà entro qualche mese l'EP "What’s the Remedy?", cinque canzoni con base di piano registrate da Ringhofer in compagnia di Sufjan Stevens un paio d'anni or sono, nei ritagli di tempo tra gli impegni di commesso (lui lavora in un negozio di fotocopie) e le riunioni del suo gruppo di preghiera.
Ditemi se John Ringhofer non è il miglior spot al cattolicesimo che abbiate mai visto.
Non c'è alcun motivo per cui la cosa debba provocare la minima eccitazione, ma oggi nella posta c'era - finalmente - il 7" delle Pipettes, la prima prova tangibile della loro esistenza dopo tanti mp3. Il giradischi era pronto da settimane ad accoglierlo: l'unico angolo della stanza privo di polvere.
L'ho ascoltato una volta, giusto per verificare che i due pezzi contenuti fossero esattamente identici a quelli che da mesi mi restitusice iTunes ogni volta che scrivo "pipettes". Lo sono. Sono bellissimi. L'ho riposto nella sua custodia, credo che ce lo lascerò per sempre.
E tanto per smaltire tutti gli entusiasmi di oggi:
c'è qualcosa di indefinibile in "Once and Never Again" dei Long Blondes, qualcosa che fa venire i brividi, e che mancava persino ad "Autonomy Boy". Per quanto qua si sia talmente convinti della loro grandezza (presto su tutti gli schermi) da non dubitare che possano allo stato attuale fare di tutto, c'è qualcosa che colpisce allo stomaco in quel pezzo. Ci ho pensato. E non è il tempo frenetico, né quel surreale incipit genitoriale "nineteen, you're only nineteen for god's sake, you don't need a boyfriend" (uau), nemmeno la sensazione di straordinaria urgenza trasmessa da ogni nota, che riconferma quanto siano unici questi tizi e la loro sgangherata e sublime formula blondie-garage-pop (beh? ho desiderato spesso che gli yeah yeah yeahs fossero un gruppo pop, poi di colpo il desiderio si è avverato).
No, è il passaggio che accompagna quello sconclusionato assolo di chitarra e lo porta verso il finale, con la voce che si staglia sul tappeto di batteria e di una chitarra lì li per tirare le cuoia, il modo assolutamente rocknroll in cui viene cantata, quel maledetto accento di Sheffield, la voce che modula e si atteggia come nemmeno a Debbie Harry era concesso, sino a perdersi in quel verso irecitato con agghiacciante convinzione, "I know how it feels to be your age".
Oh, dite quel che volete; diventeranno grandissimi.
Once and never again
Essere trattato come un giornalista vero mi fa sempre un certo effetto. Ad esempio ieri nella cassetta della posta c'era un CD con tre pezzi dei (degli?) Charade, il nuovo gruppo di Mikael e Ingela degli Shermans (r.i.p.) insieme a Magnus Karlsson, che in quanto ex chitarrista degli Happydeadmen può vantarsi di essere il precursore di buona parte dell'attuale scena svedese (chiedere referenze a Mr.Labrador/Johan Angengard, che ne parla tuttora con tono adorante). Non l'album - che uscirà a giugno - e nemmeno un singolo, ma una specie di anteprima che immagino diretta all'airplay radiofonico o a quelli incaricati di informare; i giornalisti, appunto.
E nonostante l'obbligo morale sia pressante ho ben poco da dire al momento: chi ha amato gli Shermans, magari desiderando avessero un po' di sostanza in più, rimarrà soddisfatto non tanto da "Monday Morning" (qui l'mp3), che assomiglia troppo a tutto il pop svedese ascoltato negli ultimi due anni e potrebbe tranquillamente appartenere agli Acid House Kings, ma alla dimensione aggiuntiva nel refrain Looperiano di "Nighttime confessions" che apre le tende della cameretta facendo ascoltare i sospiri e ciò che più conta offre finalmente l'accenno di qualche inaspettata irregolarità. Ne riparleremo presto, magari insieme all'atteso esordio dei Besties, la cui "We're the Besties" già contende a "We are the Pipettes" il titolo di miglior theme song dell'anno.
Da un po' di tempo i giorni immediatamente successivi all'aggiornamento del sito sono i migliori del mese. Non per la soddisfazione di vedere il nuovo numero online, piuttosto per la sensazione (erronea, ma non per questo meno tangibile) di avere finalmente tempo, una settimana per occuparsi di tutto ciò che è stato accantonato nei ventun giorni precedenti. Ascoltare la musica che voglio (e se voglio), andare a letto prima di mezzanotte, godermi finalmente quel sottile stralcio di giornata che sta tra le 18 e le 22 senza malumori o scadenze, magari cominciare un (altro) libro che non finirò mai. Persino guardare la TV.
Ci pensavo stamattina, mentre gli Human League erano finalmente liberi di fuoriuscire dallo stereo in macchina e cantavo a squarciagola "Together in electric dreams". Ma per quanto felice questa è pur sempre un'ora d'aria, il che significa che fra sei giorni esatti il secondino mi riporterà dentro.
E come ogni mese mi chiedo (lo faranno tutti i fanzinari? Forse sì) se il sito non sia diventato un fardello non necessario e troppo pesante da sopportare per me e chi mi sta intorno. Se le soddisfazioni siano pari alla percezione di sacrificio che la gestione del sito comporta, all'infinita profusione di tempo gettato in quelle pagine, al nervosismo frenetico che precede la messa online. A volte indiepop.it diventa un mostro che richiede l'acquisizione di ogni risorsa, di ogni centesimo di tempo libero, e mi chiedo per quanto tempo ancora sarà sopportabile.
Però certo, non è tutto qui. La verità è che nonostante non preveda alcuna retribuzione, metto in indiepop.it lo stesso impegno che altri mettono nel lavoro al quale demandano la propria realizzazione. Perché questo sia possibile il mio lavoro - quello vero - deve negare (senza molti rimpianti) ogni forma di soddisfazione personale, servendo l'unico scopo di garantire risorse per la vita che sta al di fuori.
E di tutto ciò che faccio lasciando segni tangibili, indiepop è la cosa che più mi riempie di inspiegabile orgoglio, l'unica che vorrei chiamare a qualificarmi (famiglia esclusa, che le cose serie sono un'altra cosa). Certo, non è una di quelle cose spendibili con gli ex compagni di scuola.
- Chissà cosa fa il Molteni adesso
- gestisce un'impresa di 500 dipendenti
- ah però. E il Patti?
- scrive su internet, mi pare
- e di cosa?
- di indiepop
- indieche?
- boh.
- cazzo, che fallito
- che pretendi, stava sempre ad ascoltare quei dischi di merda
- io ho ancora una cassettina che mi ha fatto in terza superiore
- e…?
- ed è Merda.
- già.
- ...
- e la Paola comesichiama, Cassiani?
- morta.
- cazzo.