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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Chiunque sia andato alla ricerca di nozioni storiche su un qualsiasi gruppo pop/rock degli ultimi 40 anni sarà prima o poi capitato sul sitomondo di Scaruffi, che è un magnifico manuale di minimizzazione.
Perché Scaruffi non demolisce nessuno: preferisce svalutare, trattare con sufficienza ogni band che non reputa degna di attenzione (e sono innumerevoli le band che non reputa degne di attenzione); cerca di essere misurato, ma è come se alla fine di ogni pagina ci fosse scritto "e ringraziate che vi ho dedicato 'ste dieci righe, patetici buffoni".
Prendiamo gli Orange Juice. I capostipiti del pop scozzese, una band di culto secondo ogni rispettabile standard. La paginetta loro dedicata è una delle più frettolose ed approssimative di tutto il sito, povera in dettagli e molto imprecisa, arrivando a definire una delusione "You Can't Hide Your Love Forever" (una delusione per chi ascoltava gli Swans, forse). Ma Scaruffi – e tanta dedizione è ammirevole, va ammesso – non è tipo da accontentarsi di sminuire così una band. No, lui deve evidenziarne nella maniera più subdola possibile la totale inutilità rispetto a tutta la musica precedente e successiva, anche se ciò lo costringe a forzature che finiscono per metterlo in ridicolo e minarne la credibilità ("oggi la musica dei Beatles viene suonata per lo più nei supermercati", tanto per citare la più celebre). Nel nostro caso l'incauto lampo di genio sta alla fine del penultimo capoverso:
[…] il gruppo si sciolse e non sembrò lasciar traccia (al di là degli infiniti discepoli, Smiths in testa).
Ora, una conoscenza anche vaga della lingua italiana (ciao Micaela) suggerirà che il non lasciare traccia e l'avere infiniti discepoli siano due cose in palese antitesi, ma con la sua fine formulazione Piero nostro sembra voler ribaltare anche le leggi della logica. Ecco il messaggio tradotto dallo Scaruffiano: "gli OJ ispirarono e influenzarono innumerevoli band, a partire dai trascurabili Smiths, ma queste cose non contano nulla ai fini del lasciar traccia di se stessi". E cosa conta, di grazia? Avere una buona recensione sul sito di Scaruffi?
(Smoosh: le gemelle Olson dell'indie-rock?)
Crescere è brutto. E capiterà anche alle sorelle Chloe ed Asya da Seattle, meglio note come Smoosh. Questa è l'unica vendetta che potremo prenderci su di loro, arrivate puntuali a far esplodere le contraddizioni e i sensi di colpa di ogni musicofilo indie che si rispetti.
No, non sono le nuove Ta.tu. e tantomeno seguono la scia delle Pipettes, perché Chloe ha 10 anni ed Asya 12. E si sarebbe tentati di riderci sopra, pensare agli Hanson e lasciar perdere, se non fosse che due personal gurus come Everett True ed Alistair Fitchett ne parlano benissimo, e il secondo ha addirittura in programma di pubblicare un 7" delle due ragazzine su Unpopular Records. Poi Cat Power è pazza di loro (anziché ubriacarsi ha preso a cantare la loro "rad" alla fine dei concerti), e il maestro di musica di Chloe è il batterista dei Death Cab For Cutie, insomma ci sono abbastanza elementi per spegnere quella risata sul nascere e mettersi ad ascoltare "She Like Electric" e il carico di domande che si porta dietro.
Le due bambine hanno inciso un disco da dodicenni cercando di imitare il pop da classifica, nello stesso modo in cui le Shaggs cercavano di imitare gli Herman's Hermits (essendo musicalmente molto meno che dodicenni). Però "She Like Electric" è talmente sfacciato da non prendere in considerazione le regole d'oro del perfetto disco pop da classifica né tantomeno i consigli di qualsivoglia produttore di hits. Solo tastiere e batteria, suonate con competenza minima ma sufficiente, la voce di Asya impossibilmente simile a quella di Corin Tucker, una produzione che se ne sta il più possibile alla larga, quasi avesse paura di rovinare qualcosa. Musica completamente priva di sforzo che nella sua imperfezione umilia il 90% del pop commerciale.
Le Smoosh sono l'esempio di cosa sarebbe la popular music se non fosse ossessionata dalla necessità di vendere tutto ed in fretta, lasciando spazio ogni 20 giorni al prossimo singolo da classifica. Basta guardare il loro sito, probabilmente fatto con il notepad di Windows, per accorgersi che siamo di fronte a qualcosa di nuovo, o a un trucco talmente sofisticato da rendere impossibile la fuga.
Ma parlavamo di imbarazzo: può davvero interessarci quello che cantano le Smoosh? La pubertà è lontana, la ribellione giovanile un po' di più. Si concedono l'occasionale stupidera ("The Quack") e qualche scimmiottamento hip hop ("Rad", tutta yo!yo! eccetera), evitano accuratamente le canzoni d'amore perché non sarebbero appropriate e perché la gente farebbe troppe domande, per il resto si mantengono sul generico, ti fanno sentire stronzo se ti viene da ridere sentendo "I've got my own problems to fix" (hahaha), hanno un paio di ballate, riconoscibili dagli altri pezzi perché sono meno allegre. Hanno anche una - e solo una - canzone eccezionalmente buona come "La Pump", ma non si sa di cosa parli. Niente politica, ma a proposito di Bush dicono "We think that he has some really strange thoughts that are not really good".
La teoria di Fitchett è che qualche casa discografica interverrà presto a farne due iconcine da MTV, che entro un paio d'anni al massimo le chiome bionde delle ragazze (di madre svedese: cominciano a tornare i conti?) saranno in grado di spezzare i cuori degli adolescenti di mezzo mondo, e insomma che non appena l'odontotecnico finirà il suo sporco lavoro ci troveremo travolti dai fans, quindi meglio acquietare i sensi di colpa e godersele adesso.
Sarà, ma non sono convinto. Secondo me queste due ragazzine rischiano di aprire un bel problema. La loro nicchia potrebbe diventare alquanto affollata, se solo si scoprirà che l'indie-rock for pre-teens ha prospettive commerciali. Trachtenburg Family, The Black Peppercorns, Capitol Basement sono nomi che per ora non dicono nulla ma presto potremmo ritrovarceli su Pitchfork (che da perfetta bibbia rock snob ha completamente ignorato le Smoosh) in pagine attorniate dai peluche e ripulite dalla pubblicità di Suicidegirls. E se considerate che per registrare il loro album Asya e Chloe hanno impiegato tre giorni il rischio è di ritrovarci sommersi prima di poter fuggire. Paura, eh?
Dunque: che a nessuno venga in mente di comprare il loro disco.
L'NME Chart Show non è un grande spettacolo. Giusto il tempo di vedere i video e le posizioni di una classifica che ormai vale poco (le indie charts sono un lontano ricordo). Le Queens of Noize sono piuttosto impacciate davanti alla telecamera, e per fortuna ci stanno il minimo necessario.
A volte però è una trasmissione istruttiva. Ad esempio questa settimana ho scoperto come ha fatto quel bastardello di Pete Doherty a mettersi con Kate Moss, quali istinti femminili siano entrati in azione nella faccenda (è evidente che parlo per invidia. E' anche probabile che la storia sia già finita, ma davvero non ce la faccio a stare dietro ai gossip).
La scena era quella di un concerto pomeridiano dei Babyshambles al 100 Club di Oxford, Londra. Roba strana, ma la terapia di disintossicazione di Doherty lo costringe ad essere a letto alle 22 in punto. Intervistato dalla Queen bionda Mairead, Pete sembra finalmente in salute, annuncia di non toccare eroina da sei mesi (non una grande rinuncia, se pensate a come può avere impegnato il suo tempo) e di non riuscire proprio a fare la pace con Carl (finalmente una buona notizia). Poi la bionda gli scocca la domanda fatale.
Hai qualche rimpianto per quello che è successo?
Lui fissa il pavimento, evidentemente a disagio.
Lei: Ehm, sì, lo so, è una domanda un po'…
Lui tace ancora 5 secondi, lei non sa bene che fare.
Poi, sempre fissando le assi del palco Pete sussurra: "Vorrei che non me lo avessi chiesto."
E la guarda, cucciolo.
Lei erutta in un "ooooooooooh" di quelli che fanno le mamme al loro bebè, ma si ferma prima del cucci cucci. Lui approfitta del segnale appoggiandole la testa sul seno.
Ti voglio bene
Anch'io ti voglio bene.
Piccolo stronzetto.
Chi ci segue saprà che da qualche mese stupiamo senza sosta di fronte a nuove e brillantissime leve del pop americano: gruppi che non trovano sbocchi commerciali e si limitano a consegnare le proprie gemme ad un ristretto pubblico di appassionati undergound, e che si danno da fare nella spesso vana speranza di interessare il giornalista giusto – e possibilmente quello che scrive su Pitchfork.
Noi, che spesso grufoliamo felici in mezzo a dischi che non vendono una copia, assistiamo con un misto di eccitazione e dispiacere a queste scene: eccitazione per la scoperta di qualcosa di nuovo ed incontaminato, dispiacere perché pensiamo di sapere già come andrà a finire. Ad esempio, per quanto io trovi eccezionale la musica di Hussalonia e puntualmente geniali le sue trovate tanto in ambito pop quanto in campo acustico, ho l'intima convinzione che rimarremo in pochissimi a godere dei suoi capolavori (anche se Jesse è alla ricerca di un'etichetta disposta a pubblicare il suo prossimo disco), perché in un certo senso è a questa ammirazione limitata che le sue canzoni aspirano. Identico discorso per i La Musique Populaire, che pure avrebbero mezzi e talento per diventare i beniamini del mondo occidentale ma preferiscono impegnarli alla costante ricerca di un disco pop perfetto che continuerà a sfuggire loro per sempre. Entrambi uscirebbero banalizzati e fraintesi da una fruizione appena appena più larga.
Il discorso però è molto diverso per Bart Padar e i suoi Sparkwood. Jalopy Pop, oltre ad essere un ottimo album, ha esattamente il tipo di suono in grado di appassionare l'americano medio. E' grandioso, solare, se necessario persino ruffiano; si carica sulle spalle il peso di quarant'anni di rock USA e si inserisce senza andare troppo per il sottile nella scia di gruppi che hanno goduto di meritata fama come Jellyfish, Ben Folds Five, Fountains Of Wayne. Le sue canzoni le puoi godere in cuffia, nello stereo a tutto volume, come sottofondo a cena e persino in automobile, le puoi cantare senza fatica sotto la doccia. Le ascolti e pensi che non sono destinate a far innamorare un giornalista su cinquecento, e che è solo questione di tempo. E lo stesso Padar afferma in questa intervista ai ragazzi di RockLab di non capacitarsi del perché Jalopy Pop non abbia ancora una distribuzione negli USA.
Nemmeno io. Ma so che mentre aspettavano che succedesse qualcosa, Padar e i suoi hanno inciso un paio di jingle radiofonici apposta per noi (!) nell'inconfondibile stile Sparkwood, una sorta di saluto per la primavera entrante. La "indiepop radio" di cui parlano ancora non c'è, ma beh, adesso che abbiamo un dj in redazione, chissà… :-)
I jingle li potete scaricare da qua sotto, caricare nella suonera del telefonino e farli suonare alle 8 della mattina per dare tutta un'altra impronta alla vostra giornata. Indiepop is out there.
Sparkwood: radio tag 1
Sparkwood: radio tag 2
A volte si ha bisogno di qualche valido pretesto per apprezzare davvero un disco. Come quando presti un CD a un amico (perché tanto l'ultima volta che lo hai ascoltato era il 1998) e mesi dopo, quando lui te lo restituisce dicendoti "cazzo, è bellissimo" lo tieni sullo stereo per un mese di fila.
Ad esempio: "Together We're Heavy", la seconda fatica di quello strano ensemble in tunica che sono i Polyphonic Spree, non ci ha fatto esattamente uscire pazzi. Eppure la sua pubblicazione era stata preceduta da un'ottima idea: affidare a Jakub Dvorský, geniale creatore di Samorost, la realizzazione di un piccolo gioco in flash che annunciasse l'uscita dell'album presentandone qualche breve anteprima. Il risultato è "The quest for the rest", versione ridotta e superfacile del suddetto Samorost (per chi non lo sapesse, una via di mezzo tra un'avventura punta e clicca e un puzzle game, dotato della poesia dei vecchi cartoni animati dell'est europeo e di una vena di psichedelica follia. Insomma, tutta un'altra storia rispetto ai pinguini da colpire con la mazza) con i pezzi del disco che fanno da sfondo alla storia di tre piccoli Polifonici alla ricerca dei loro compagni attraverso il deserto. Beh, ora che ho scoperto l'esistenza del gioco (con nove mesi di ritardo) posso dire che sui disegni animati di Dvorský le canzoni guadagnano in salute e sembrano improvvisamente più belle, specialmente "Hold me now" sul gran finale.
Unica pecca: la ricompensa per chi termina il gioco è un link al povero video di "Cane". Tutto sommato sarebbe stato meglio premiare con un link a "Quest for the rest" chiunque fosse riuscito a sopportare quel video sino alla fine.
Samorost e The Quest for The rest, insieme ad altri giochi e progetti di Dvorský, sono qui.
(era già qualche giorno che non ne parlavamo)
Tanto per far scemare un po' l'invidia verso gli inglesi, qua si può assistere – in formato real video – ad un intero concerto delle Pipettes e farsi finalmente un'idea di cosa ci sia davvero dietro tutti quei pallini. Ai più predisposti basterà probabilmente quello "Stop! We're gonna sing you a song" pronunciato da Rose (o è Julia?) ad inizio concerto, ma consiglio a tutti di dare un'occhiata alle tre ragazze, che a quanto pare sul palco non suonano granché ma hanno sincronizzato perfettamente ogni movimento delle mani :-)
La qualità audio/video è ottima, il sito offre solo lo streaming ma con un programmino come NetTransport potete trasferire il tutto sul vostro HD e goderne anche offline.
Nel frattempo, il 7" per Unpopular (It hurts to see you dance so well/School Uniform) è annunciato per aprile, e domani su Radio 1 verrà trasmessa una live session del terzetto all'interno del programma di Huw Stephens (www.bbc.co.uk/radio1, dalle ore 22 in poi).
Qui invece, con modalità quasi identiche, è possibile vedere/scaricare il video di "Bastardo" di Charlotte Hatherley, la nostra hit becera del mese di marzo (prima o poi bisognerà confessare tutte le hit inconfessabili, dalle Destiny's Child a Lene Marlin). Regia del di lei fidanzato Edgar Wright (quello di "Shaun of the Dead"), il che spiega la cura maniacale e l'intenso lavoro su ogni inquadratura. Dico, guardate il modo in cui cambia il volto del bastardo man mano che la canzone svela le sue malefatte.
Altre novità interessanti, di quelle che un sito serio avrebbe messo da mesi nella sua sezione news ma noi no perché non c'è mai il tempo di farlo:
- i Lucky Luke, guppo di psicho-folk da Glasgow titolare di un bellissimo 7" qualche mese or sono, stanno per tornare con un nuovo singolo, "Fear eats the soul", che si annuncia già meraviglioso, e con un album che diventa ufficialmente uno dei più attesi dell'anno insieme a quello dei Magic Numbers.
- Lo abbiamo detto parlando dei La Musique Populaire: 100 è un numero impegnativo. A Boy Named Thor, titolare di un disco omonimo bello e lontano (1998) e di una preziosa cassetta per Best Kept Secret, ha completato da qualche tempo il progetto "a song a day": 100 canzoni composte e registrate in 100 giorni, a partire dal suo compleanno. Tutte rigorosamente appuntate sul (e scaricabili dal) suo sito. A quanto pare in questi tre mesi e un po' Jason Corace è riuscito anche a mantenere una parvenza di socialità verso l'esterno, andando a lavorare e concedendosi persino qualche cena con gli amici. Incredibile. Comunque, se qualcuno ha voglia di ascoltarle tutte e di mandarci una recensione...
A qualcuno sarà forse capitato di imbattersi nella home page di indiepop oggi e di domandarsi come mai abbiamo sentito l'esigenza di rimettere la pagina di febbraio solo due giorni dopo aver faticosamente caricato il numero di marzo.
La spiegazione è semplice: il nostro server ha uno strano senso dell'umorismo. Questo mese ad esempio ha trovato divertente rompersi il giorno dopo l'aggiornamento, ricaricando poi la versione vecchia pensando di farci felici. E felice lo sono poco, mentre penso alle notti insonni spese su dreamweaver.
Risolveremo presto, nel frattempo portare pazienza (insieme a noi).