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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
lunedì, 20 dicembre 2004
La sindrome del 1978

Da Gennaio 2005 il Mucchio torna ad essere mensile. Per qualche strano motivo, nonostante a rigor di logica la testata da seguire per un indiepop-infatuato negli anni 80 fosse a tutti gli effetti Rockerilla (e qui accendo un lumino per il mai troppo rimpianto Alessandro Calovolo, tra le poche autentiche espressioni di quella sensibilità pop nata negli eighties), la mia formazione musicale è stata segnata dalle penne di Bianchini, Guglielmi e Cilìa, con danni temo irreparabili ma con grassa soddisfazione del sottoscritto.

Il numero in edicola questa settimana è il primo leggibile da molti mesi a questa parte, perché non contiene recensioni né articoli, ma solo una lunga storia della testata anno per anno, dal 1977 ad oggi, scritta con puntiglio ma non senza una certa autoironia.

Oltre ad essere una lettura piacevole, questo riassunto della gloriosa storia del Mucchio stimola almeno un paio di riflessioni, che si fondono un una sola proprio mentre ci avviamo alla consueta processione di classifiche di fine anno.

 

La prima è che nel 1978, anno di uscita di Marquee Moon, Never Mind The Bollocks e compagnia, il Mucchio assegnava l'oscar del miglior disco a Bruce Cockburn. Sembra nulla, ma voi tenetelo a mente, perché poi ci torneremo.

 

La seconda ha a che fare con l'editoria musicale italiana e con le sue periodiche non-trasformazioni. Negli anni 90, due riviste come Rumore e Blow Up nascono quasi spontaneamente per dare voce alle tendenze alternative (o meglio a quei due calderoni di alternativismo vero/presunto d'epoca noti come grunge e post-rock) e distanziandosi dunque in maniera abbastanza netta dall'editoria tradizionale, destinata ad assimilare questi fenomeni soltanto con l'inevitabile massificazione e normalizzazione. Ma poi? Sfido chiunque a sfogliare le pagine di BlowUp o Rumore oggi e ad identificare i moti fondanti delle due riviste o le differenze con due testate "storiche" del giornalismo musicale italiano come Mucchio e Rockerilla. Il tempo ha portato ad un'assimilazione rovesciata, come se stare in edicola per più di qualche anno comportasse l'inevitabile omologazione ad un unico modello editoriale. Oggi fatico a scegliere tra le quattro riviste citate, per il semplice motivo che mi sembrano tutte uguali. (si potrebbe parlare di Losing Today, le cui intelligenti premesse hanno più a che fare con le nuove modalità di fruizione della musica che con le trasformazioni della musica in se, ma non sono certo che il cambio di prospettiva sia pertinente, né sono in grado di discettare sulla natura della rivista, dato che con mio grande dispiacere non raggiunge questi tristi lidi comaschi).

 

E questa constatazione ci porta alle playlist del 2004. NME, Rumore, (Il Mucchio?), Rough Trade e in parte persino Mojo santificano il disco dei Franz Ferdinand e lo nominano miglior rappresentante dell'anno appena trascorso. E a giudicare dalle classifiche che stanno arrivando in redazione (non avete ancora votato? fatelo!), nemmeno i lettori di indiepop.it sono esenti dal fascino di Alex Kapranos e soci (al momento se la giocano coi Bees e i Blonde Redhead, ma tutto è ancora possibile).

Ne discutevo con Alessandro (ma credo che anche Fabio sarebbe d'accordo), ed entrambi abbiamo difficoltà a capire: il disco dei FF ci appare monodimensionale, povero di idee e pieno invece di quell'entusiasmo un po' tronfio che spesso serve a nascondere pesanti mancanze di contenuto; insomma, una di quelle cose che ascolti e metti via dopo un quarto d'ora perché ti stai già annoiando troppo. Eppure da anni non si assisteva ad un plebiscito simile, e quindi non li si può liquidare con un'alzata di spalle.

Azzardo: il 2004 è stato un ennesimo anno di transizione, sostanzialmente privo di novità e di dischi davvero eccellenti. In questo contesto il disco dei Franz Ferdinand trova probabilmente una fortuna che non merita, in virtù del fatto che riesce a tangere tutti i campi della musica indie. Esce per un'etichetta universalmente stimata (Domino), sfiora tanto l'indiepop (le citazioni agli Joseph K) quanto gli Strokes e nel complesso sa accontentare (nel senso più deleterio del termine) un pubblico ben più vasto degli indie-intransigenti come noi, un po' come successe con il disco dei Queens of The Stone Age un paio d'anni or sono (ma il discorso si può allargare facilmente a Postal Service e Coldplay) .

Ma ciò non toglie che qualcosa non vada. In queste fasi di pesante ristagno, nelle quali la mediocrità viene esaltata e si assiste ad un costante riciclo delle buone idee del passato (non mi pare un caso che "Smile" abbia trovato una così perfetta collocazione in questo 2004) di solito succede che da qualche parte, tra l'assoluta indifferenza dei più, l'underground sforni una serie di gruppi favolosi ed invisibili, i cui album d'esordio fra tre anni saranno considerati pietre miliari della musica rock (qualcuno ha detto Slint?). E magari nuove riviste arriveranno, spodestando temporaneamente le vecchie e ricominciando il ciclo del non-rinnovamento.

E allora? Beh, ho l'impressione che in questo quadro le playlist di fine anno diventino sempre più una celebrazione dell'effimero, e che riguardandole tra un lustro avremo tutti modo di vergognarci un po'. Proprio come quelli del Mucchio nel 1978.

Postato da: howty a 23:19 | link | commenti (7) |

sabato, 18 dicembre 2004
Alberi con gli occhiali

(The Cwistmas Twee – Total Gaylord Records)

 

Cwistmas TweeHo sempre amato le canzoni di Natale. No, non Jingle Bells gracchiata da qualche coro di voci bianche, ma quelle dei cosiddetti Christmas Album, non importa quanto puzzolenti. Oltre ad aver idolatrato ognuno dei dodici interminabili minuti di "Christmas Time Is Here Again" sui bootleg dei Beatles, ho sofferto di una seria infatuazione - mai passata - per la Mariah Carey di "All I Want for Christmas is you", e conservo tenerissimi ricordi di una "Santa Baby" che Madonna canta come fosse una bambina di cinque anni (la sua miglior canzone di sempre, non c'è storia).

Erik di Total Gaylord (e degli Shumai) invece odia le canzoni natalizie, specialmente le versioni stanche dei vecchi classici, ed è per questo che ha raccolto una decina di pezzi indiepop per compilare "Cwistmas Twee", piena di pezzi scritti espressamente per la festività ma che non potreste certo permettervi di suonare mentre la famiglia - nonni compresi - è seduta attorno al tavolo. Peccato, perché il Natale non fa sconti a nessuno, e l'immaginario al quale gli artisti chiamati a partecipare hanno attinto è in fondo lo stesso che ha dato vita ai classici che ascoltiamo sin da bambini: dopotutto le canzoni di Natale sono tra le poche a restare indissolubilmente legate ad un preciso momento della vita, in qualunque momento le si ascolti. Di quante potreste dire altrettanto? (a parte la marcia nuziale, ok)

In ogni modo, anche se io ed Erik la pensiamo in maniera diversa sulle canzoni di Natale, credo di poter dire che entrambi ci troviamo d'accordo nell'apprezzare Cwistmas Twee.

 

Che è un ottimo disco proprio perché pur celebrando la festa in maniera così codificata, con melodie di zucchero, la ferma determinazione di ignorare qualunque serio problema esistenziale e tanti campanelli di contorno, si offre al tempo stesso a quell'ingenuità consapevole che è nei cromosomi del tweepop. Il risultato è un piccolo assurdo, un insieme di buffe e furbe storielle per bambini che vivono beatamente tra il focolare e la collezione di dischi e si fanno accettare senza obiezioni soprattutto perché – andiamo – in questi giorni si diventa davvero un po' più buoni.

Ad esempio Colin Clary - artista che di solito ignoro perché in qualunque altro periodo dell'anno c'è un limite preciso alla tweeitudine che posso sopportare - inaugura la raccolta con gli auguri a tutti i micetti di "Meow Meow" (ossignùr), auspicando latte e tonno gratis per tutti, e anziché mandarlo a quel paese verrà spontaneo un sorriso. I Lil' Hospital in ritardo con l'affitto scrivono una pietosa lettera a Scrooge anziché a Babbo Natale, Gli Icicles (occhio al miniLP in uscita per Microindie a gennaio, è ottimo) si preoccupano per i pupazzi di neve e gli Smittens (ancora Colin Clary, occhio) vogliono passare le ferie al caldo in "Good Migrations", ha ha. Tutto è molto più tenero della media (della media tweepop, attenzione: non si scherza), e ogni nota sbilenca è bilanciata da sfacciatissime melodie che non hanno bisogno di vergognarsi, non stavolta (cfr gli angelici Diskettes di "Noel").

Pezzi che non diventeranno mai classici al di fuori di qualche cameretta che so io, ma che riescono lo stesso a creare il perfetto clima di festa.

 

E per rimanere in tema, qualche altro regalo natalizio indiepop in formato mp3:

 

- Qui l'offerta festiva dei Remington Super 60 (che finalmente ricompaiono – seppur molto diversi - dopo un disco per SHADO uscito un'infinità di tempo fa)

 

- Qui la deliziosa Sarah/el Perro del Mar biascica le esse e rende omaggio a Phil Spector (in versione provvisoria).

 

- Uno, due e tre pacchetti dono dai Bearsuit, dei quali non si può certo dire che manchino di spirito natalizio (ok, le prime due sono un po' così, ma "snow"...)

 

- e qui i Long Blondes provano a fare gli alternativi con "Christmas is Cancelled". Loro sono tra le next big things del 2005, la canzone è molto bella ed online soltanto sino alla fine di dicembre ma beh, dopo non vi servirà più comunque.

Postato da: howty a 00:18 | link | commenti (2) |

mercoledì, 15 dicembre 2004
sixt...thirty-five, clumsy and shy

Dove si racconta di misteriosi agenti segreti, di siringhe usa-e-getta, della lenta ed inesorabile conquista Svedese di Londra e di come un ignaro commesso di Rough Trade si sia guadagnato vitto ed alloggio a vita sul lago di Como.

 

Il resto di Londra, limitato ai particolari (pseudo)musicali:

 

- Dato che nulla al mondo potrebbe convincermi ad andare a Macerata (non parlo la lingua), Londra sembrava una buRough Trade a Talbot Roadona occasione per incontrare uno di quegli italiani che vanno a rubare lo stipendio all'estero: ho visto un PL2 in evidente crisi d'astinenza (siamo dovuti uscire da uno Starbucks Coffee ad alta concentrazione femminile per consentire ai suoi ormoni di riprendere fiato) che pur conducendoci in King's Road non ci ha nemmeno saputo aggiornare sulle ultime tendenze di Londra. Probabilmente passa le giornate sugli autobus e sui divani di sconosciuti, ma il vero scopo della sua presenza in Albione rimane un mistero, tanto da far pensare che abbia a che fare con i Servizi Deviati. L'ho informato sullo show di Jens Lekman ma non ha mostrato reazioni degne di nota se non un ulteriore e definitivo sguardo alla biondina alla sua destra. Ah, dice di aver conosciuto il chitarrista dei Meanwhile Back In Communist Russia ma io - da primo fan mondiale della band - non gli credo nemmeno per un secondo.

 

- In realtà pare che tutte le storie musicali interessanti di Londra vertano sui Baby Shambles, cioè il nuovo gruppo di Pete Doherty dei Libertines in piena dipendenza da eroina (litigi, droga, separazioni: quel che amano i tabloid), e trattato come un genio incompreso da quei cialtroni di NME. Hanno un singolo, "Killamangiro", che a dispetto del titolo non è male, anche se sembra un pezzo dei Libertines scritto troppo in fretta (cioè in 10 minuti anziché in 15). Non ho potuto fare a meno di comprarlo, per questioni di integrazione alla massa: è il tipo di canzone che mi sarebbe piaciuta a 17 anni. Molto meglio i Research, un ragazzo e due ragazze che fanno indiepop paranoico su insistenti basi ritmiche facendolo sembrare fico come solo in Inghilterra possono; strano a dirsi, il primo singolo "She's not leaving", che parla di un tizio ossessionato dalla presunta infedeltà della sua tipa (finalmente qualcosa di diverso!), è uscito per una sussidiaria della EMI, e sta più o meno a metà strada fra Simple Kid e Bearsuit.

 

- Qualche mese fa constatavo l'indifferenza con la quale l'Inghilterra sembrava aver accolto i Radio Dept. Beh, mi sbagliavo: non solo si sono piazzati al nono posto nella playlist 2004 di NME (il che solleva la domanda: per quanti anni consecutivi uno stesso album può trovarsi nelle classifiche di fine anno?), ma "Ewan", terzo estratto da Lesser Matters ed uscito su singolo esattamente lunedì, è addirittura "Track of the week" per la medesima rivista, che proclama poi "scandinavian shoegaze is cooler than cool" (forse non sono cialtroni, soltanto paraculi).

Il pezzo in se è tra i meno riusciti dell'album, non può certo vantare il riff di una "Where damage isn't already done" e - per dire - vale mezza "Who needs love, I've got my band", ma insieme ai due inediti piazzati in coda forma un trittico di canzoni tremendamente serie: fredde, solide e senza scalfiture, specialmente la malinconia lofi di "Things that went wrong". Insomma, è come se i ragazzi stessero avvisando che presto cominceranno a fare sul serio. A giudicare dalle foto cool che ho visto in giro sono sulla buona strada, ma dovremo aspettare metà gennaio e l'EP "This Past Week" su Labrador per scoprirlo.

 

- E infine: bisogna che si sappia che il negozio Rough Trade di Talbot Road ha uno scaffale con la scritta "indie pop". Essendo la prima volta in vita mia che vedevo una simile cosa mi sono immediatamente commosso, ho abbracciato il commesso, gli ho lasciato una mancia e un bigliettino con il mio indirizzo, casomai venisse in Italia e non sapesse dove dormire. Dentro quello scaffale c'erano più o meno tutti i CD che non avevo più soldi per comprare, ma soprattutto due raccolte, dedicate ai Primitives e ai Pastels, che sommate alla ristampa americana dell'unico album dei Flatmates e alla raccolta "indiepop 1" fanno più di un indizio. Siamo pronti a dominare il mondo o sono soltanto io?

Ma nonostante tutto ciò, anche da Rough Trade il nuovo singolo dei Bearsuit era esaurito. Oh beh, si torna a fare shopping online.

Postato da: howty a 19:26 | link | commenti (2) |

martedì, 14 dicembre 2004
The jet set junta

(Mon Gala Papillons, 11-12 dicembre, Londra)


Sabato pomeriggio, mentre godevo un meritato ed economico tè da passeggio su una panchina della stazione di Liverpool Street, arrivano dei tipi che trasportano delle chitarre e cominciano a guardarmi strano. Potevano essere dei punks qualunque pronti a rapinarmi, e invece erano i Pipas che accompagnavano Jens Lekman alle prove per il concerto della serata. Baci, abbracci, e Jens ha persino finto di ricordare il mio nome (che caro).


Ora, a parte il fatto che le probabilità di incontrare casualmente chiunque in una città come Londra sono infinitesimali, l'avvenimento ha una sua importanza, in primis per rimarcare la sostanziale provincialità del sottoscritto (che racconterà questo aneddoto per anni e a chiunque, gh), e soprattutto per sottolineare l'inaudita presenza di militanti attivi dell'esercito indiepop (o indiepop mafia, come la chiama Fitchett) allo show di Chickfactor.


jens lekmanPer esempio: Sabato sera di fianco a Lupe Pipas (che è il tipo di persona che anche se non vi vede da tre anni vi getta le braccia al collo come foste il suo fratello perduto, e suppongo sia per questo che tutti la amano) stava seduto un tipo allampanato, pallido, coi capelli arruffati e gli inconfondibili occhialoni. Sono andato felice verso Dimitra annunciando "hey cazzo, c'è Erland Oye qua dentro!" e mi sento rispondere "Sì, era qui anche ieri." da una tipa minuta che classifico immediatamente come la fidanzata del barman e due giorni dopo scopro invece essere Jane della Happy Couple. Alistair Fitchett era tra il pubblico (o meglio, un po' in disparte, con lo sguardo vagamente assente di chi la sa lunga). Alasdair MacLean (Clientele) e Duglas t Stewart (BMX Bandits) anche, un tipo a cui ho pestato i piedi e raccontato una stupida barzelletta si è rivelato essere Leon dei Frenchmen, e -doh!- poi c'era Filippo dei Sixtynine and the Continuous People (che mi cazzierà per avere ancora una volta sbagliato il nome del suo gruppo): insomma, era come se qualunque persona alla quale rivolgessi la parola - o un grugnito - avesse inciso almeno un sette pollici. E tutto in una saletta di 50mq. Vero sudore indiepop, ragazzi.


Dal momento che il mio massimo sinora era stato vedere Bugo al concerto dei Flaming Lips, le due serate sono state per me un evento poco meno che eccezionale. Avrei volentieri passato il tempo a contemplare la gente in platea, a stringere mani e sussurrare "ooooh" di sorpresa, non fossero stati tutti così intenti ad osservare il palco.

 

Alla vigilia il Mon Gala Papillons mi pareva privo di headliners, ma solo perché il mio cervello tende a mettere i Pipas sullo stesso piano di Jens Lekman. Beh, non era così. Le due serate hanno vissuto su concerti di segno opposto, quello radicale e rumoroso di Daniel Treacy, che ha davvero l'aspetto di un hooligan e probabilmente quando si incazza è altrettanto temibile, e quello di Jens Lekman, che ha fugato definitivamente i dubbi di ognuno sul suo inevitabile destino da star.

 

Gli antipasti di venerdì sono stati ottimi: in particolare Mascott, aka la bionda Kendall Jane Meade, una pop-folk singer (pensate ad una Aimee Mann infinitamente più leggera e simpatica, come ai tempi dei Till Tuesday) uscita da un episodio di Felicity, che accompagnata da una violinista in tunica rossa ha stregato la platea. E ancora: Amy Linton degli Aslers Set in versione acustica, Stevie Jackson che sul palco sembra un cabarettista di Zelig e riesce a far ridere persino Bill Wells che lì per lì, col suo aspetto a metà strada tra Ironside e John Peel, incute un certo timore. I Pipas sono stati deliziosi come al solito e come al solito terribilmente pasticcioni, due cose che solo loro riescono a non rendere incompatibili. Ma il concerto dei TVP è stato una sassata nello stomaco, sia per il volume delle chitarre che per l'intensità dell'esibizione che per l'accento di Daniel. Non potrei spiegarlo con parole più appassionate e sincere di quelle di Mr Fitchett, alla cui cronaca vi rimando anche per cogliere tutti gli inside jokes che mi sono perso. Dopo, Filippo era entusiasta; altri si lamentavano dell'alta concentrazione di "energia negativa", qualunque cosa volesse dire. E per tutto il concerto un esagitato ha continuato a urlare frasi sconnesse come fanno gli inglesi con due birre in corpo , beccandosi in risposta una sequela di "fuck you" da Treacy. Ho desiderato essere un fan.


Mark e DimitraLa seconda sera è stata particolarmente loffia, ma Bill Wells, Bridget St John e un concerto acustico di Stuart Moxham quando sei appena un po' stanco dopo sei ore ininterrotte di Camden Town hanno l'effetto di tre pasticche di Tavor su un narcolettico. Stuart ha suonato una bella versione di "Credit in the straight world" e credo di poter dire che è stato l'unico momento in cui la sala si è riscossa da un torpore umido. Bridget si è distinta per essere riuscita ad estendere oltre i 10 minuti una cover di "One of these things first" di Nick Drake e a dire il vero in quel momento noi italiani eravamo già troppo viziati per pensare che mai nessun gruppo in vita nostra aveva eseguito una cover di Nick Drake, ma vabbè.


Poi Jens è salito sul palco ed è stato come se la festa iniziasse in quel momento. Erano solo lui e la sua party machine, che dentro aveva tutto quello che non era voce e chitarra, ma è stata lo stesso un'esplosione di balli, battimani, grida e tutto il resto. Tutti hanno annuito davanti alla canzone degli scontri a Gothemburg, come se ci fossero stati di persona, hanno augurato buon compleanno a Lisa e non hanno mai smesso di saltare. Lui è quello che si dice un animale da palco, ma c'è più di questo: le sue canzoni interessano davvero a chi le ascolta, ne toccano in qualche modo la vita e addirittura la quotidianità: Jens è così concentrato su se stesso che finisce per rappresentare in qualche modo una generazione di sensitive, thoughtful, funny boys, e non c'è bisogno di dire qual è stata l'ultima volta che è successa una cosa del genere in campo indie.


Non c'è molto altro da aggiungere, se non che ho finalmente potuto esprimere di persona la mia ammirazione ad Alistair Fitchett, che da buon professore inglese ne è rimasto un po' imbarazzato (lo scrive qua. Per la cronaca, la unpopular badge di cui parla si trovava sul giubbetto della mia dolce metà, che si è gentilmente prestata a fare da portaspillette fighe della serata). Gli ho comunque estorto l'informazione che Unpopular sta per pubblicare un 7" delle Pipettes. Abbiamo concluso insieme che sono fantastiche, e mentre entrambi stavamo annuendo da 2 minuti pensando a qualcosa di intelligente da dire se n'è andato con una scusa. whew.


(nella prima foto: Jens Lekman suona la sua chitarrina. Seconda foto: Dimitra di FOTH e Mark dei Pipas, le uniche due persone che sono riuscito a fotografare da vicino. Per foto più indiepop ancora veleggiate qua e qua.)









Postato da: howty a 19:15 | link | commenti (7) |

mercoledì, 08 dicembre 2004
...and we won't raise that family

Forse bisogna essere (stati) sposati per apprezzarla, o almeno aver intrapreso il percorso dei progetti e aver calcolato di sfuggita l'insostenibile peso del fallimento, il macigno che ci avrebbe gettato in grembo. La famiglia, il matrimonio, la convivenza e tutto ciò Roger Quigleyche in termini di tolleranza e capacità essa suppone (saper stare al mondo, si direbbe con un'espressione efficace). Beh, comunque sia, "the world is flat" dei Montgolfier Brothers è una canzone stupenda, che da sola riscatta il valore di un album (omonimo) riuscito soltanto a metà.

La voce di Quigley dipinge nella prima parte un amore ideale, una famiglia perfetta, picnic nel parco la domenica pomeriggio, le figlie che giocano, l'intesa complice con il coniuge. Lo fa con un tono impersonale e tristemente ironico, sicché non possiamo credergli, non dopo che il primo verso ha recitato l'associazione di assurdi "the world is flat / and I still have a chance with you".

E poi la distruzione del sogno a ritroso, come in un film di David Lynch, declamata con uno strano sussiego che invita alla rinconciliazione nell'abbandono, a una mesta compostezza della disperazione, la fine della voglia di lottare e la fine del sogno. Where there was hate, let there be calm. E la fine, agghiacciante in una sola frase: we won't raise that family.

 

E beh, posso solo immaginare cosa passi per la testa di Quigley, ma lui mi dà l'impressione di una persona profondamente sola, sul perenne orlo di una disperazione autunnale. Così è la musica dei Montgolfier Bros, anche quando parla d'amore lo fa raschiando il cuore, aggrappandosi alle stille di sangue che ne sgorgano, fa male prima di innamorarsi, ma fa male anche dopo.

Postato da: howty a 19:23 | link | commenti (2) |

mercoledì, 01 dicembre 2004
Aeroplanes they fly, high up in the sky

Mentre qui è tutto quasi pronto per l'aggiornamento di indiepop.it (un modo come un altro di dire che probabilmente saremo in ritardo anche questo mese, ma di pochi giorni anziché di una settimana intera), la testa è già alla Bush Hall di Londra, dove miss Gail O'Hara e la sua fanzine Chickfactor organizzeranno il 10 e l'11 dicembre l'annuale serata di gala. Jens Lekman, Pipas, il redivivo Stevie Jackson, Louis Philippe, i Television Personalities… insomma, c'è di che eccitarsi.

Data la mia consolidata fama di provinciale sedentario ho già coinvolto parenti, amici e colleghi d'ufficio nella caccia ad un volo economico (ma sì, prenota all'ultimo secondo, vedrai che i prezzi si abbassano), ad un albergo economico (c'è uno squat di amici miei a Brixton, se ti piacciono i cani ti troverai bene), ai biglietti d'ingresso (niente bagarini? ), alle travelcald per la metropolitana (guarda, basta che all'uscita stai appiccicato a quello davanti, se ti fermano ripeti "homeless"un paio di volte), ottenendo anche una serie di fantastici racconti sul viaggio da Stansted a Londra durante il quale pare sbuchino intere comunità di gnomi a salutare dalla campagna Londinese (esiste una campagna londinese?).

Peccato che dopo aver visto sul booklet di "Indiepop 1" la pubblicità di un locale londinese (The Fountain, Deptford Broadway) dove si entra solo con l'anorak e si riceve un leccalecca in omaggio all'ingresso, ho come l'impressione che mi toccherà essere all'altezza, di Londra e dell'occasione. E non ho idea di come fare. L'ipotesi di entrare nel locale con una copia dell'album degli Shop Assistants mi affascinava, ma era troppo rischiosa (per il disco). Ho pensato di sfoggiare la mia collezione di spillette indiepop, ma
Dimitra ha avuto la stessa idea, e lei possiede circa il triplo delle mie spillette. Insomma, rischio di dover ricorrere al consiglio di mia figlia (entrare canticchiando "Whisky il Ragnetto", che è la canzoncina per bambini più vicina all'indiepop che noi tutti conosciamo).
Idee?

(Nella foto Chan Marshall fotografata da Gail O'Hara. Non c'entra niente, ma serve a far vedere quanto ci sa fare Gail)







Postato da: howty a 21:30 | link | commenti |