indiepop.it

un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)

    

Ascolti

 

[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
lunedì, 18 ottobre 2004
moved

Il blog di Indiepop.it è momentaneamente sospeso, e come tutte le cose sotto il sole, attende.

Io, venator, ho testé inaugurato il mio blog personale, river flows.
Non avevo mai pensato compiutamente a quanto sia bello il nome Elisa...


Postato da: venator a 18:46 | link | commenti (3) |

venerdì, 15 ottobre 2004
24 Marzo 1912

Ieri vicino a una casa Kàmennyj Ostrov i portieri schernivano un topo ferito. Era stato forse abbrancato per la testa da una gatta o da un cane. Ora fugge, cercando di appiattirsi sotto un grumetto di neve, ora cade su un fianco. Dissemina gocce di sangue. Non ha dove andare.
Mi immagino i suoi occhi.

(Aleksandr Blok)


Postato da: venator a 22:40 | link | commenti (4) |

giovedì, 14 ottobre 2004
songs hurt me

Vivi in una canzone; non hai bisogno di barcamenarti fra le cose.
Assumi i tratti che non per te furono intagliati nel marmo.
E che importa? Nessuno saprà se vivi con una canzone nel cuore.
Nessuno s'accorgerà se ogni tanto non assomigli alla canzone che tu stesso hai scelto. Se ti prendi una pausa dalla tua canzone.

Ogni volta che la tua canzone ripartirà avrai tutti gli occhi del mondo addosso, anche se è notte fonda.
In altri mondi un sarto onnipotente le ha dato la tua forma. E tu stesso l'hai trovata prima di te: vi sei entrato ed eri tu.
Parla di te, tu non ci saresti riuscito.
Ha le tue parole, anche se fanno male, e anche se ogni tanto ti confortano più di quanto dovrebbero.

Fa ombra la tua canzone.
E' un grembo, un rifugio ed ogni possibile risposta. Quanto le manca le è impicito.
E' come se dita precise toccassero il tasto più profondo che fa venire fuori la pelle d'oca.
State per uscire fuori di voi.
E vi riconoscete.
Date la colpa alle parole. Ma è la musica.
Perché non esiste. Non è qui.
E' dove vorreste essere e il luogo dove il volere una cosa è anche averla.
Non c'è strada da percorrere. I veli cadono da soli.
Siete già ovunque.
E lasciate stare le parole. Vi si potrebbe convincere di ammazzare vostra madre, con le canzoni.
E' la musica.
E non significa niente.
Non esiste significato.
Per quello, occorre che torniate in voi.
Fate finta che è bello.
Solo quando una canzone diventa innocua è possibile parlarne.




























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mercoledì, 13 ottobre 2004
la realtà non esiste

Tu che hai inventato la Bellezza, so che valore ha il tormento.
Te lo confesso apertamente, e te lo confesserei sempre, in ogni minuto del tempo, se poi non dovessimo essere costretti ad essere quello che siamo di volta in volta, ovvero: esseri mutevoli.

Anche il tormento non dura abbastanza. Neanche lui indica la nostra strada.
Diremo che solo i ricordi ci legano a ciò che siamo stati. Solo i ricordi ci legano a ciò che siamo. Solo i ricordi restano. Tengono unite le nostre membra.

Siamo fortunati se mentre i ricordi assalgono nuova vita s’accartoccia nel nostro camino, pronta a diventare cenere di ricordi. Possiamo esorcizzare i ricordi solo volendone di nuovi. Possiamo sfuggire al tormento solo procurandocene di nuovo.
E non ci basta la presenza del dolore andato; se non ci paralizza definitivamente esso ci mantiene liberi. E libertà è il dolore più tremendo: è sapere che, nel pieno possesso di noi, siamo incapaci di produrre i rimedi alla nostra vita.

Dovrebbe il dolore essere sempre definitivo: dovremmo bruciare nell’inferno per un peccato solo e portare per sempre lo stigma di un destino che non fu possibile determinare. Non è così: posti di fronte alla redenzione la rifiutiamo, cercando affannoso riscatto alla santità nella perdizione.
Vogliamo perderci: non fummo fatti per ritrovarci.

Non fummo fatti per sapere cosa avremmo ritrovato.

Se talvolta ne intravediamo la direzione non siamo mai gli stessi che potrebbero portare a compimento il tragitto. Ogni errore indica ed apre un mondo diverso.
Potremmo forse guardare indietro e ricostruire dai ricordi un’immagine plausibile di ciò che abbiamo cercato? Eh, anche la beffa: ciò che rende verace l’immagine del ricordo è il grado di dimenticanza che abbiamo raggiunto, guadagnata nella distanza. C’è un estraneo fra noi e loro: ed è quanto siamo divenuti. Il passato cambia: il dolore si spande ovunque fino a diluirsi nel tempo che chiamiamo futuro. Diamo nomi a cose che crediamo perse e ci stiamo chiamando semplicemente per nome. La vita ci rimane dentro come una spina che la pelle abbia assimilato alla nostra estensione.

Inseguiamo la Bellezza, come se dovesse riscattarci. Ignoriamo completamente la realtà che ben conosciamo. E’ per questo che la realtà vale così poco quando siamo vivi. Arroccarvicisi non serve. Fingere che questa volgare sedimentazione d’idee trovi una compiuta configurazione al suo inganno è andare ben oltre la necessità minima dell’inganno, ovvero la certezza intima che c’è da soffrire, sempre e comunque.
Che mondo di terrori metafisici è credere al mondo nelle sembianze in cui il mondo presume di darsi!

Lì non c’è scampo. E’ Dio, il Fato, la Sfortuna, il Complotto, la Necessità, il Caso. E noi sotto.

E invece – siamo irrealisti! Siamo noi a dare il nome alla nostra morte. E questa viene, mille volte al giorno, a prenderci.
Il dramma vero non è reale.

Perché potremmo scegliere di non morire, ma non lo facciamo mai.

Non siamo così ambiziosi. Non potremmo permettercelo.

 










Postato da: venator a 18:31 | link | commenti (2) |

martedì, 12 ottobre 2004
the long way

Non è il dovere di vivere.
Piuttosto, ch'esista qualcosa come il dovere, in un esterno abbastanza remoto della mia vita, non fa che accrescere l'apparenza della libertà che così s'esprime.
Dove la mia anima cammina, quando cammina, non scorgo numerici civici alle case, e l'orologio che mi ritrovo incastonato al polso consta di ventiquattro lancette e due numeri soltanto, che sembrano, invano, voler fuggire qualsivoglia univocità oltre la tua presenza.
E' forse una smania d'altrove, ma un altrove non distante, che conservi gli elementi di cui si serve il cuore per alimentare la fantasia.
Non è uno spazio illimite questo desiderio: l'illimite non s'addice a nulla, quando inghiotte il destino del solitario.

Essere qui, in questo campo aperto è il desiderio di vedervi crescer l'erba. E' la passione per il giro pigro del sole che elargirà calore alla crescita. E' la morbidezza d'un sonno ampiamente prevedibile sulla terra. E' sapere d'essere accanto a te come la terra al mare e il cielo all'orizzonte.
E' essere in un punto ma sapere che ogni punto è un punto senza estensione. E' essere qui in un mondo dove ovunque è qui e sapere che sei ; lì dove tutto è un qui lontano ed illusorio e possiamo vederci solo attraverso lo specchio d'un desiderio che non deve colmarsi. 

Ma chi dirà alla mia mano di non carezzarti all'alba, alle mie labbra di non baciarti come fosse sempre l'ultima volta anche quando la giornata è appena iniziata?
Il sole è caricato a molla, noi dormiamo stretti.
Abbiamo scelto la via più lunga.












Postato da: venator a 16:39 | link | commenti (2) |

lunedì, 11 ottobre 2004
l'ultima sera di caldo

Tu stavi ad aspettare fuori, in macchina.
Buio.
E' stato un attimo, mentre chiudevo l'ultima porta di casa. L'ultima sera di caldo della stagione.
Un Ottobre anomalo che da domani le previsioni danno già per finito.
Dal paese, in lontananza, luci sparse come stelle. Cieli ovunque, attorno a noi.
Cieli sparpagliati in un tempo retroverso ed infinito.

Le pareti della casa ancora riverberavano ricordi freschi, sanguinanti senza crosta d'un giorno in cui abbiam fatto succedersi ogni gradazione di noi: amore intenso, paura, lite, discorsi estenuanti, riappacificazione, amore più intenso.
Una vita intera ed il suo corso, a cui diamo valore perché è la nostra vita, e ne serbiamo ricordi. Chissà da quanto.

Però sai anche che è una vita, la tua di te che sei attecchito in qualche corpo.
Tu che abiti quell'ultima immagine della casa, viva del silenzio che vi abbiamo lasciato, carica del tempo che impiegheremo per tornarvi.
Chi eravamo noi per abbandonare la casa?
Sarei voluto rimanere lì nell'oscurità.
Con un orecchio seguire il rumore del motore della macchina procedere verso la pendenza degli eventi.
Con l'altro rivivere istante per istante quanto appena consumato, e da lì a ritroso, fino ad estorcere il segreto della casa vuota, di ogni casa vuota, di ogni vita che fuoriesce da una casa vuota e si consuma in un esterno stellato nell'ultima sera d'estate prima delle piogge.

Ed è stato come barare, come fare un passo indietro ed inaspettato. Eri fuori, ma ti ritrovavo anche dentro.
Il tuo odore, l'eco della tua voce era già tutt'uno con le pareti.
Ho pensato che un giorno sarei tornato in quella casa. Ho pensato che ormai vi sei dentro. Ogni cosa dice il tuo nome e lo dirà.
E avrei voluto aspettare, in silenzio, al buio, per sempre, che tornasse tutto.
Perché fuori, lì fuori, tu non aspettavi me.






















Postato da: venator a 23:42 | link | commenti |

sabato, 09 ottobre 2004
le mani nelle tasche

La scrittura sta acquattata fra le auto in sosta d’una sera tranquilla. Le mani nelle tasche.
Ma v’è qualcosa in me che nega la possibilità d’un’assoluta tranquillità.
Far due passi a piedi di sabato pomeriggio è immagine sconsolante d’un disordine intestinale della civiltà contemporanea. Non v’è altro ad animarla fuorché una segreta ipocondria. Segreta al movimento, ma non a me. Le dita tamburellano in tasca.

Quasi sessualmente pago, come nettato dall’elemento sensuale eppure “pieno” d’un movimento disinteressato ed ancora acuto. Manca solo l’effigie, simulacro d’amore. La vorrei accanto.

Entro in enoteca e chiedo consiglio su d’un buon rosso. Ieri l’altro avevo preso i calici.

“Che cifra?”

Ho guardato nel portafoglio, ho contato tutto e riferito.
”Parliamoci chiaro, giovanotto, a questo vino occorre una donna veramente bella”.

“Il suo vino non rimarrà deluso, sir”.
La bottiglia non ha marca, né vetro attorno.

Lo sto bevendo in anticipo con lei, qualunque cosa mi stia capitando di fare ora e da qui in poi.
Occorreva soltanto che s’attirasse l’attenzione su d’esso. Ho legato i fili di due giorni.

Cavalco un desiderio atemporale cui occorrano pretesti di scorrimento.

Il mio corpo mi contiene come la casa del primo porcellino. La notte va e viene.
Dormo questa e mille altre notti ad ogni battito di palpebra.


E’ come se ogni urgenza fosse riposta s’un tapis roulant ed in automatico scendessero giù, giù come neve, i minuti ridotti a fiocchi.










Postato da: venator a 20:38 | link | commenti |

news

Ecco il nuovo numero, tutte le rece a posto, gli speciali, l'Enver nuovo di zecca (anche se lui professa di essere esistito anche prima ed indipendentemente).
La meravigliosa magia di sentirsi dentro i propri tempi: due recensioni due mie (l'importante "Hotel Tivoli" dei Non Voglio Che Clara e il prezioso "Stanotte/Stamattina" degli Artemoltobuffa) e non una riga in più che esca dalle mani e non dalla trance scrittoria.
Ecco, l'apporto Enver/Enrichiano oltre a portare nuova qualità, nuove angolazioni (sembra conosca l'Italia indiepop meglio di noi) porta il bene più prezioso: tempo per fare ciò a cui invece sottraiamo tempo scrivendo: ascoltare.
Il Patti, questo sovrannaturale orecchio che assorbe ogni radiazione della sua zona (per fortuna da sempre versante in ipodose storica) fino alle vibrazioni dell'infra-materia, continua a sobbarcarsi il carico quantitativo maggiore, e, se non sapessimo che è lui potremmo credere che sia un generatore randomatico di recensioni, data la mole di lavoro.
Come minchy faccia a trovare parole sempre diverse per musica sempre uguale è uno dei suoi più affascinanti misteri.
In ogni caso, se avete delle recriminazioni contro lui, utilizzate questo post. Se le avete contro di me, fatelo in quello precedente. Se le avete contro Fabio o Enrico, non le fate, non ne meritano.
Fategli insomma sapere al Patti che noi diffidiamo di una persona che oltre a tenere un lavoro, una magnifica moglie, una magnifica figlia, le normali incombenze relazionali amici-parenti riesce ad ascoltare 20 singoli 10 album 5 cofanetti 2,5 opere omnie e 1,25 enciclopedie e recensirli. E impaginarli.
S'è pure stancato della home di indiepop.it. Ieri in mail parlava di aggiornare la grafica.
Ce l'ha sù con i cuoricini del logo, ovvero, il mio più autentico contributo alla rivista.
Buh, chissà. Non vinceremo né il Pulitzer né lo Strega, né la sua ramazza che serve appunto a pulitzer per terra.
Ma in ogni caso la morte ha inciso un'altra tacca sul paletto di indiepop.
C'è n'è abbastanza per festeggiare.












Postato da: venator a 16:33 | link | commenti (2) |

venerdì, 08 ottobre 2004
sunset

Andiamo lieti, tagliamo i campi già tagliati dall'autostrada.
Nel mezzo della carreggiata, una striscia bianca sul colore scuro del mondo che ribolle d'asfalto. Il rumore di bolle fruscia svagato tra finestrino e telaio.
In fondo al campo visivo v'è mera estensione del campo visivo. I confini degli occhi e del cervello collimano all'orizzonte.
La dolce musica delle cellule che invecchiano.
Crepitano come paglia che brucia in assenza di vento.
Non sbatteremo contro il muro dell'immaginazione. Andiamo tranquilli.

Se vi fosse un solo pensiero diverso dalla strada che si apre lenta (siamo però sul limite di velocità) davanti, ci porterebbe altrove. E' una linea retta invece, il corso degli astri; gira su ruote silenziose.
L'attenzione è un sonno carezzevole, vi si riposa come su terra tiepida.

Com'è tecnica, l'immaginazione, quanto priva di dinamismo; come le tutte parole. L'evochiamo quando la mente è vuota d'immagini.

Siamo parole, noi due? Forse sì, adesso.
Riposiamo nel significato comune delle cose, lo teniamo per vero. Ci addormentiamo abbracciati su zone convergenti di materia soffice.
Anche il vero riteniamo vero, e così, scivoliamo.
Dio ci veglia come una convenzione amorevole. E' così dolce andare innanzi.

Dove in fondo vedevamo muri, ora sappiamo che qualcosa si spalancherà per lasciarci passare.
Incontro al tramonto, dal punto più alto del colle.
Poggiati ad un albero ch'è schienale d'automobile, ci osserviamo passare, simili in tutto all'immagine di noi.
I nostri volti ci somigliano, e prendiamo a ricordarceli. La vita s'anima sui tratti somatici, un destino sonnecchia in un'ignoranza beata.

Anche il sole, dietro il colle, troverà altro cielo che gli si spalanchi.
Lui come noi, chiuso fra limiti che gli procurano un nome ogni giorno.

























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giovedì, 07 ottobre 2004
prevenire è inutile quanto curare

Vi sono domande a cui è veramente impossibile rispondere in anticipo.

La mente innamorata è un ginepraio. Vorrebbe essere lasciata in pace dai pensieri, dal mondo, da tutto fuorché dall’oggetto dell’amor suo.

Ma, inutilmente paradossale a dirsi, è proprio l’amor suo che va a fare volantinaggio per i marciapiedi della psicopatologia, a distribuire inviti con consumazione inclusa.

Dio mi scampi, ma se lei s’invaghisse d’un altro uomo, vorrei che me lo dicesse? O, soluzione più pietosa e umana: vorrei scoprirlo?

La risposta dovrebbe essere no, per carità. Ciò non dovrebbe mai verificarsi. Perché se all’invaghimento dovesse seguire l’ufficializzazione interna (il riconoscimento dell’invaghimento) ed esterna (la volontà di riconoscerlo e addirittura comunicarlo) il dado sarebbe, se non definitivamente tratto, almeno visibile in quanto dado la cui unica funzione è quella di esser, presto o tardi, tratto.

In più le alternative non sarebbero esaltanti:

A) vi lascia, per qualcun altro.

B) non vi lascia, ma

1) esiste qualcun altro che ha dalla sua, e l’avrà per sempre, la forza di risiedere nel desiderio e non nella realtà, come voi – merda - fate e non potete non fare

2) vi sono delle zone del rapporto evidentemente molto scoperte, spifferi ciclonici vi penetrano e sempre da ora in poi lo faranno

3) ogni certezza si trasforma in incertezza, ogni gesto smette di esser completamente vostro per essere vostro in piccola parte; parte, inutile a dirsi, insopportabilmente piccola, al confine con il niente

4) perché ve l’ha comunicato? e perché non vi lascia?

Il punto 4) richiede ulteriore domandare: se ve lo ha comunicato voleva che lo sapeste

E allora: diffidate 1) delle sue doti intellettuali 2) della sua buonafede 3) della sua sensibilità.

Se 1) allora forse il senso di colpa la divora.

Se 2) vuole che lo sappiate perché in realtà vi ha già avviato una storia ma è indecisa se mollarvi o no. Potrebbe essere, in fondo, che a voi la cosa dispiaccia sì, ma non fino al punto di voler interrompere la storia.

Se 3) A lei è capitata questa cosa importante, bella in fondo perché attesta che lei è viva (lo stava un po’ trascurando prima), e che per il rapporto bello che c’è fra voi non potevate non saperlo

Tenderei a credere che, stando così le cose, sia meglio sperare che la propria partner sia 1) un’imbecille. Il che è ovviamente una speranza imbecille, e anche se le cose sembrano calzare e corrispondersi non calzano e non si corrispondono minimamente.

Vorreste saperlo dunque? Se ve lo dicesse, qui sopra è scritto uno dei vostri destini. O anche tutti insieme, non è escluso. Anzi, più siete conoscitori dell’animo umano, più copia avrete di destini del pensiero torbido.

Se non ve lo dicesse, invece – non ne avreste percezione, non lo sentireste. Forse.

Il problema è però attuale, ovvero è un problema dell’inquietudine che oggi ci spinge a domandarcelo. Del resto, potrebbero bastare pochi segni sospetti a suscitare la domanda e ben più angosciosamente. E’ meglio sempre premunirsi. Il samurai deve sapere in anticipo la sua reazione immediata alle cose.

Come poter rispondere sì, voglio saperlo, sapendo che la vostra vita diventerebbe un inferno? E come rispondere no, giammai vorrei saperlo, se oggi sapete che l’unico motivo per cui non volete saperlo è che lei vi sta tradendo? Oppure, beneficiamo del dubbio: sapendo che potreste avere accanto una persona la cui vita inizierebbe ad appartenervi per un’infima frazione, ed i cui pensieri non vi albergherebbero se non in qualità di ostacolo e simbolo del passato? Raccomandato dalla paura e non dal desiderio?

Potremmo da ora sopportare l’idea d’un eventuale poter poi sapere (quando capiti che ce lo riveli) che la vita che abbiamo vissuto era fittizia? Oppure, se non fittizia, percepita da noi in maniera totalmente diversa dall’altra persona? Beh, ok, diremo: chi percepisce le cose allo stesso modo? E’ giusto, spietato ma giusto. Il punto però è che fintanto che lo viviamo in incoscienza potremo goderne, ma quando lo avremo saputo quel piacere illusorio non vi sarà più, e il futuro (ovvero il presente della triste verità appresa) tornerà a massacrare ogni ricordo, fino ad aggiungere al sentimento di pena per sé anche quello dell’ingiustizia subita. Ogni momento bello si muta in momento orrendo, perché momento finto. Non farebbe tanto male se non fosse stato tanto bello.

La retroazione della *verità* è una bestia tremenda.

Per questo bisognerebbe premunire una certa bestialità della pre-azione.

Occorrerebbe solo poter rispondere a questo quesito disumano e mantenere ugualmente in piedi la felicità del rapporto.

Il che è praticamente impossibile.

Postato da: venator a 16:27 | link | commenti (1) |