un blog nato morto e morto giovane
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Sono per te l'immagine di quanto vorrei perfetto al tuo cuore.
Non fingo: divento.
Non c'è bisogno che cerchi ancora parole per confermare a me stesso che è tutta una faccenda di umori, l'ispirazione.
Non trae contenuto da niente fuori di sé; lavora soltanto con le tessere che mescola per dire e per fare. La materia grezza delle percezioni ridotte a parola.
La musica mi pare tanto più onesta. Le parole più alte sono musica, non hanno bisogno di niente.
Peccato che vi sia un modo tecnico di intendere la musica, o anche musicale.
Qualcosa che ha (o può avere) come effetto l'ineffabile, è anche una serie di proporzioni matematiche. E' anche una serie di canoni intrecciati, di eventualità formali, di criteri di riconoscibilità.
Diremmo di amare una donna perché ha due gambe e due braccia collegate attraverso certi tendini alla struttura ossea e via dicendo?
Sospetto tautologico: che l'amore sia possibile solo all'amatore.
Non ho mai voluto intendermi di musica, nonostante sia il mio primo interesse.
Per sprofondarvi ho dovuto rimanervi alla superficie, fingendo di volerla per me in qualche modo che alterasse l'equilibrio della meraviglia.
Ma non ha funzionato. E' tornata sempre.
Mi sembra che il quadro mi sia chiaro: stai buono, prendi quel che c'è, è già tanto che certa musica si dia in maniera pura alla sensazione.
Pura? Pura perché intensa?
Diciamo qui pura perché discioglie dentro una sostanza irriproducibile tecnicamente. L'effetto della musica, separato dalle tecniche di composizione, dalla materialità degli strumenti che la producono, dalla faccia dell'artista, dal luogo di ascolto e altri necessari anelli/ostacoli alla scomparsa personale durante l'ascolto.
Tutto deve scomparire. Eppure non si dà una sensazione senza contenuto. *Scomparire* non è il termine esatto.
Le cose vorticano? Che parole userò per dire cosa succede? Sono sospese? O semplicemente si danno come in sogno, leggermente?
Scrivessi: boh, presupporrei una risposta che ora mi sfugge, una definizione che potesse approssimare sufficientemente, prima o poi.
Ma un'approssimazione è una qualunque. Sempre. Siamo liberi.
Liberi.
Donde proviene allora la claustrofobia inevitabile del leggere di musica un po' ovunque?
Manca l'amore. Manca la distanza.
Bene, è ora di perdere qualche lettore.
Seguono domande retoriche.
Come mi sono cacciato nel brutto pasticcio del pensare ampiamente?
Come ho finito per distaccarmi dal suono delle parole una volta consuete, fino a disincarnarle, farne campo d'osservazione d'una vita che non poteva più coincidere con la mia?
Si bandisca qui ogni idiota modestia: per quanto periglioso e vano sia il tentativo di conoscere il fondo ultimo di me stesso, non potrei comunque fingermi altro da quanto (per quanto consapevolmente possibile) mi riconosco e non potrei, per un insincero istinto egualitario che non possiedo, dover imbarcarmi in ogni disquisizione con lo svantaggio concettuale d'equiparare ogni condizione esistenziale ad una certa tale ipotetica neutralità della mia, ovvero la mia senza me, la mia come dovreste poterla leggere per capirvi qualcosa di voi (ritrovandoci, come direste), e tutto al fine tristo d'accattivarmi il lettore e permettergli, una volta innocuizzata la lettura, di procedere innanzi. Verso dove?
Aspetta solo di specchiarsi colui che legge?
Aspetta solo di tirare un sospiro di sollievo riconoscendo altrove gli stessi incoffessati malanni - difetti dell'anima - che l'affliggono? Addirittura espressi in chiare lettere di banale alfabeto?
Sì, e ugualmente di sconfessare la selvaggia attrazione che tale espressione gl'implica nella riconoscibile e dichiarata follia ('delirio') del suo latore.
Lasciare qualcuno portare alla luce la scocciante verità sulla verità, verità incerta e perniciosa, sfibrata, sfibrante ed ancorata ad umori sempre troppo pretenziosi è un gran vantaggio se si può, alternatamente e alternativamente, amare e odiare tale immagine in gesti facili e automatici; se si può sterilizzare con la definizione di non-appartenenza (differenza) o apprezzamento (spesso solo estetico) il germe malefico del disincanto, che porterebbe, se accolto con rispetto, ad un rivolgimento totale della quotidianità. Ma da lì, dalla distruzione, occorrerebbe qualcos'altro ricostruire?
C'è poi da dire che anche il disincanto, in quanto novità, può apportare, da principio, un grande potere incantatorio. Oltre tale soglia, abituati i sensi alla necessità dell'inganno, si guadagna un rapporto totalmente sentimentale con le cose.
Ho a noia farmi un'idea delle persone e non ignoro che, a prescindere da me, il mio corpo sta già provvedendo. Quanto rimane a me è sentirmene modificato nell'umore, con l'incanto aggiunto di sentire che ogni motivo di tale modificazione è ingiustificato, o, s'è possibile così esprimersi, opera di un caso che divento io.
Ad ogni buon conto, pensare ampiamente implica il non-pensare.
Implica il pensare che il pensiero non può fare altro che - appunto e gramamente - pensare, e che tale pensiero è, negli effetti, o utile o dannoso. Se non sa scegliere una strada e non la vede, è arte: ovvero pensiero che divora se stesso per intrattenere il tempo altrimenti indifferenziato della vita.
Non so se questi sinora espressi possano essere detti pensieri.
Sono partito da uno stato d'animo e sono giunto ad uno scritto, in cui idee si sono disposte sulla pagina come onde successive.
Probabilmente s'è perso da qualche parte il filo iniziale, e da altre parti tutti i fili successivi a quello iniziale.
Alcuni pensieri erano troppo più grandi delle poche righe che hanno tentato di esprimerli, altri sono giunti alla parola immeritatamente.
Eppure, sento di aver accondisceso ad un compito per me necessitante e di aver placato la pulsione assurda del sentimento che non si basta e deve darsi.
Darsi interamente, senza che da nessuna parte sia rintracciabile l'intero.
Una pulsione cieca, da cui un tempo altri hanno tirato fuori la logica solo perché era bella, e aveva belle tinte. Aveva armonia. Funzionava praticamente.
Ma era finta, era uno strato di vernice su tessuti che respiravano faticosamente.
E', ancora un po' ovunque, un necessario strato di vernice su tessuti che non respirano.
Che le cose abbiano coerenza è uno sforzo sovrumano della materia ed un surmenage ferale per il cervello.
Così, penso ampiamente, a prendere il freddo della finzione, della genealogia di ogni cosa.
Non posso più fidarmi di chi fa le cose perché sono in un certo modo. Ogni visione dell'obiettività è scelta preliminare, derivante da intenzioni più o meno consapevoli.
Vogliamo ancora affidarci interamente alla logica solo perché non c'è una reale alternativa ad essa?
Ma no, la si usi: queste sono ancora le sue parole.
Ma per carità, non mi fraintendete: non sto dicendo sul serio.
Eppure sono mortalmente serio.
Verifico che la maggior parte della vita che mi si svolge attorno non vede che la certezza d'un inganno che non si manifesta tale.
E' più facile pensare che la gente sia malvagia, e che vi sia del male all'opera.
E' troppo dannatamente un casino dire, ogni volta, in poche parole, perché ogni nostro pensiero sia integralmente finzione. E senza che occorra cattiva fede.
Non abbiamo mai il tempo per mettere tutto in dubbio radicalmente e non sappiamo vivere senza l'ostacolo della logica che impone la corvée dell'azione coerente.
Ecco perché sono folle, e la mia follia è ampia.
Non posso fare a meno di amare.
Echi.
Si propagano ghiacciati. Troppo lenti, perdono il messaggio. Da un pretesto per la malinconia non giungono a noi che echi di vento fra i ghiacciai del tempo.
Il passato è una montagna di ghiaccio. Il vento vi trascorre impetuoso, sempre troppo pulito.
V’è qualcosa da cui fugge, ma non è visibile da dove ci troviamo.
Spesso l’eco è eco di vento e il vento fugge da qualcosa che non c’è dato vedere.
V’è forse un punto preciso, che un tempo occupava il nostro spazio, da cui continuano a fuggire, come vento, i ricordi. Si purificano, allontanandosi dalla vita cui dettero ospitalità.
Non dice più parola la distanza, le cavità delle alture e le stalattiti modulano di caso il solo messaggio che ci permetterebbe di ricordare, spersi in lontananza, chi siamo stati.
Sembra che il vento parli per tutti, che la sua sia un’obiezione generale in cui, sì, c’è possibile avvertire l’eco di qualcosa di familiare. Ma non giungiamo mai a riconoscerla.
L’origine del vento è l’origine dei nostri pensieri. Lì, anche il mondo ha avuto cominciamento.
La montagna possedeva ricordi prima che li formassimo in noi.
Ci ha osservato, serafica della consapevolezza che avremmo obbedito alla storia già scritta nel volo degli uccelli nel ciclo della vita.
Abbiamo assunto un volto, come non vi fosse nessun altro destino per noi. Abbiamo richiuso dentro lo scrigno della pelle i pensieri dell’aria che occupavamo, per caso, nell’immensa distesa ghiacciata. Abbiamo preso a respirare lentamente, in modo che i pensieri non si disperdessero.
Torniamo spesso alla montagna, la montagna da cui il vento invece fugge e non sappiamo dire perché. Presi dalla grandezza, dal biancore, dal gelo, c’incantiamo, e avvertiamo la relazione fra piccoli sensi intelligenti e l’immensità senza particolari.
I particolari sono in noi, nei piccoli aggrottamenti degli organi, nell’angusto spazio delle vene, nel pulsare affannoso e vincolante del cuore.
Tutto è un modo di evocare pensieri e occuparvi lo spazio nell’immenso silenzio della montagna ghiacciata.
Perché tali pensieri? Fra cosa vibrano i riflessi dei corpi che rimbalzano nell’assenza di requie e sempre domandano ciò a cui non v’è risposta perché non v’è mai vera domanda?
Non v’è perché. Che sia inutile domandarne non ci ha mai fermato.
La montagna è destinata ad essere montagna, da sempre. Non è mai nata; nessun lavoro paziente di intelligenze terrestri. Era lì prima che le dessimo un nome. Lì prima che i nomi fossero nomi.
E il vento è sempre fuggito, anche se non sa da cosa. Il vento dimentica.
Non fuggisse, non vi sarebbero crepacci che modulano suoni, non vi sarebbe la distanza che investe il viso e intirizzisce le braccia. Non vi sarebbe la montagna, il nostro provenirvi e il nostro segreto tendervi.
Niente può essere spostato. La montagna sarà, senza cambiare mai, la montagna.
Niente è mai stato diverso da ciò che è. Niente cambierà, fra quanto è già inscritto nel destino delle cose. Nulla vi sfugge. Il futuro v’è già segnato.
Ma quanto è, fugge da qualcosa.
Dal passato? Da una maledizione? Da un incidente iniziale? Da se stesso?
O fugge semplicemente.
Fugge e basta.
Ad inseguirlo, solo questo pensiero sperduto, perché pensa.
su "Musica!" di questa settimana (non ho intenzione di parlarne male, attenzione) c'era un'intervista a Michael Stipe, che poverino fa del suo meglio per non cadere vittima dei cliché della rockstar senza accorgersi che ci è dentro sino al collo. Per esempio: ha preso a vestirsi in maniera ridicola, lancia confusissimi proclami politici e si è ormai lasciato alle spalle le sue canzoni migliori. Ah, ed è miliardario.
Comunque, mi interessa molto di più parlare del suo intervistatore: cortese, discreto, paziente, a un certo punto sente il bisogno di raccontare che quando è squillato il telefonino di Stipe lui (l'intervistatore) ha detto "prego, risponda pure". Insomma, gli ha dato il permesso (per la cronaca, era solo un sms). Gentile, no?
Beh, l'intervistatore era Peppe Videtti, mica uno qualunque. E mi è venuto in mente un episodio che avevo quasi rimosso.
Credevo di ricordare che un giovane Peppe Videtti su Rockstar intervistò Morrissey chiedendogli di spiegare quel verso, "England is mine and it owns me a living" che segue immediatamente in "ask me why and I'll spit in your eye". Ci vuole un bel coraggio, ammettiamolo, a fare una domanda così senza indossare nemmeno un paio di occhiali. Comunque, ero così certo della cosa che avevo riportato l'episodio nella torrenziale discografia degli Smiths su indiepop.it. Ma mi sbagliavo, non era lui. E il cordiale Peppe me lo ha fatto notare non molto tempo dopo con una mail nel suo solito, garbatissimo stile.
From: Giuseppe Videtti
To: salvatore@indiepop.it
Subject: Errata Corrige
Puoi togliere questa storia infamante dal tuo sito, visto che io non ho mai intervistato Morrissey in vita mia? Grazie.
fine.
E ok, avevo sbagliato di brutto. Mi sono chiesto per due minuti cosa ci potesse essere di infamante nell'episodio in questione. Ho pensato alla possibilità che quella di Videtti fosse lieve ironia, ma l'assenza di preamboli o anche solo di un saluto (che ne so, "ciao, sono Peppe Videtti, l'infamato") tendeva ad escluderlo. E poi, dato che che Videtti di certo non legge indiepop (no, non lo avrebbe mai chiamato "il tuo sito" in quel caso), come ci è capitato su quella pagina? Ma cercando il suo nome, giusto? E allora me lo sono immaginato, lui Giornalista Affermato Oltre La Quarantina, intento a spendere il poco tempo libero scrivendo "Peppe Videtti" su Google. Nemmeno Tom Cruise è così attento alla sua immagine pubblica.
Beh, questo pensiero mi ha trasmesso un po' di compassione ed ho rapidamente obbedito senza obiezioni alla sua imperiosa richiesta, ma ora che ci ripenso non avrei dovuto. Quest'uomo non ha avuto per me un millesimo del tatto e della cortesia che adopera oggi per Mr. Michael "eccentrico" Stipe.
E allora ho deciso: fra tre anni scrivo una discografia dei REM rinfacciando a Peppe di aver concesso a Stipe l'uso del cellulare durante un'intervista. Insomma, lo infamerò di brutto. E vediamo che dirà stavolta.
Una mattina spesa a correre di qua e di là, avendo esercitato identità fino a sopraggiungimento della stanchezza corporea.
La stanchezza che in altri giorni è viatico alla pennichella/samadhi in tale periodo d'intenso pathos è subito richiamo per le allodole della malinconia.
Che non è distanza; al contrario è un grado di eccessiva partecipazione alla fissità del destino delle cose.
Mi prende una straziante compassione per le cose, perché non sono me e non hanno mai potuto sceglierlo.
Saldi i miei rimedi al pensiero, suppongo che tutto debba attraversare la sua passione come io attraversavo la mia quando il dolore era in me.
Non è ammessa altra consolazione di quella che oggi mi consola; ogni angolo dell'universo è necessitato, nell'immagine che la mente riflette, ad amare ciò che io amo, e a rifuggire ciò che rifuggo.
Percepisco l'umanità come schiacciata dal timore immaginario di qualcosa che non le si manifesterà, ed impegnata ad esercitarsi in semplici palliativi ad una verità che, non conosciuta, mieterà più dolore che se fosse stata prevenuta.
E se il mondo è pieno di dolore, torno a riflettere sulla delicatezza del pensiero che si fa carico di altro da sé.
La malinconia si spande delicatamente nei dintorni della percezione, abbandonando la solitudine dell'interiorità e facendosi carico di fantasmi impossibili.
Si riversa dunque sul tuo compagno di percorso, postulandogli un destino duro ed un grado elevato di pena per l'esatto importo di quanto non riesce a cogliere.
E' gravemente irrealista, la malinconia. E fa vibrare la mente nella cassa di risonanza di corpi altrui, senza poter muovere un dito per variare un destino che - questo sì - le appartiene altrettanto poco quanto il mio a me.
Li senti ridere (anche se fingono, ridono), li vedi perfetti della perfezione dell'automatismo personale (crolleranno, basta che trovino un angolo dove possano non essere spiati), li vedi essere tutto ciò che potresti desiderare d'essere se accordassi al desiderio altra finzione oltre quella d'illuderti della finzione; ma niente, qualcosa d'oscuro di cui non hanno sentore (e tu sì invece, ne hai chiara coscienza e non è neppure tanto grave, perché lo conosci e lo chiami per nome, ne scrivi, se puoi) sta per abbattersi su di loro.
L'impatto sarà terribile.
Se potessero vederti dentro saprebbero che tu sapevi e non hai fatto nulla.
Ogni tanto ti sfiora il sospetto che sospettino qualcosa.
Ma, per fortuna, ogni parola che tirassi fuori per incolparti, li aiuterebbe solo ad amarti di più.
Se ti convicessi che puoi salvarli, dovresti iniziare a temere per te. Ed è o tu o loro.
Cristo, funesto nemico dell'umanità, è sempre il tuo migliore amico.
Oramai il crampo non mi ferma. Posso rimanere fermo e tenere l'andatura dell'umano. Non riesco a mantenere l'attenzione sul sottrarmene.
Posso simulare il mio volto, e posso riferire ogni singolo dettaglio della vista che avrei se avessi occhi cangianti.
Rimane qualcosa di me che torna a riferirsi a me. A tarda notte mi si ricongiunge.
Non so se è fuori o dentro, ma torna a narrarmi della giornata, proprio mentre è trascorsa, proprio quando questa lascia lo spazio della solitudine per distinguersi dal respiro.
In qualche modo che non so dire, mi continuo. Una strana forma di memoria mi sopravvive e la chiamo scrittura.
Ma è lei che chiama me.
Mi riconosce perché sono l'unico a girarsi.
E sempre al primo nome.
L’eco degli eventi, i qualunque eventi, si spegne in un crepuscolo che è la malinconia del giorno. Malinconia persino d’un giorno non vissuto.
Non ho bisogno di ricordare per tenere fermo che qualcosa si sia verificato.
Io adesso vivo nel futuro. Ho speranze.
Se ricordo, ricordo me stesso oggi, da un posto molto remoto nel futuro. Sto cercando di mettere a fuoco il significato di questo giorno, ma i contorni dei miei gesti sono assorbiti nell’irrealtà della distanza. Sto cercando di scrivere, ma non ne viene fuori una maggiore distinzione.
E più parole lascio passare, meno ne trattengo per l’anima; più mi disperdo nell’universalità di gesti che non per me furono foggiati una volta, nel tempo.
Io sono una strada abitualmente trafficata a notte fonda, quando la frenesia si è spenta e solo astratte ed ipotetiche automobili ne solcano il silenzio. Passano in direzioni casuali e lasciano l’unica loro testimonianza nel non esserci più.
Sono la scia di ogni cosa, quando non basta più allungare le braccia per afferrarla. Sono una scia che insegue scie. Un ricordo che si mescola ad altri ricordi come le gocce di pioggia sui vetri si mescolano ad altre gocce di pioggia sui vetri.
Ho raggiunto il luogo a cui ogni sogno ha condotto. E proprio ora che vi sono immerso come in una nebbia densa, sto continuando a sognarlo, come sogno di sogno, come desiderio senza volto, come illustrazione archetipale d’un io che, proprio mentre è raggiunto, non appartiene più a me né a nessuno mai.
Mi volto indietro, cerco le tracce, le lettere sulla neve candida.
Ma ha nevicato ancora, e non so più dove ero.
[salvatore] ho un post per il blog
[alessandro] eh toto.
[alessandro] finalmente
[salvatore] quel blog
[salvatore] ormai ha assunto una fisionomia talmente fobosoba
[salvatore] che mi sento un intruso a postarci
[alessandro] :-)
[alessandro] e invece è nell'alternanza che li fottiamo, lettori ingenui!
[salvatore] però è giusto così :)
[salvatore] no, all'inizio detestavo i tuoi post, ora mi sembrano ottimi
[salvatore] serve solo un po' d'abitudine
[alessandro] minchy
[salvatore] certo non assomiglia a nessun altro blog :)
[alessandro] mi prendi per il culo.
[alessandro] se a te piace quel blog smetto di scriverlo :)
[salvatore] no, è come dev'essere un blog di calzavara
[salvatore] se solo ogni tanto sfiorassi l'argomento musicale sarebbe meglio, ma vabbè :P
[salvatore] ok, mettiamo le cose in prospettiva
[salvatore] Quello è il miglior blog che *tu* possa scrivere :)
[alessandro] è l'unico tipo di materiale che non mi mancherà mai, fingo di temere.
Ah, m'interesso di questo mondo quanto basti alternatamente per tollerarlo e non averne timore.
Sono malato di concetti, uomo alla potenza, vedo solo i concetti. E vedo solo attraverso loro.
C'è questo istinto della specie che ho perfezionato, e spinto a livelli elevati.
Non faccio nulla, se non so di farlo bene. Mi esercito sino al dolore fisico e psichico in ogni cosa.
C'è un grado di volontà che faccio mio, oltre il quale una cosa diventa una questione di vita o di morte.
Per fortuna pochissime cose varcano quella soglia.
E al di qua di quella soglia il mondo m'è indifferente: m'interesso di questo mondo quanto basti alternatamente per tollerarlo e non averne timore.
Per dargli equilibrio di distanza, nome e ruolo.
Poi chiudo gli occhi e mi riposo dall'incombenza di dover pensare. Ritrovo innocenza al di qua della guardia armata.
Ma oltre quella soglia il simbolo si fa vibrante; accoglie in sé un'intensità pari a quanto me ne darebbe tutto, se fosse perseguibile.
Patiamo la totalità delle cose solo attraverso i suoi ambasciatori.
Quanto idioti e rispondenti alla volgarità di meri ed implacabili istinti biologici appaiono gli squilibri altrui?
Che facciano quello che vogliono, purché non sporchino.
Poi superiamo la soglia; tutto ciò che versava allo stato solido si fa liquido.
Non sono più quello di due anni fa.
Mi piacevano quei desideri superflui ed opzionali. Bastava non volere, o volere con moderazione; poco si negava.
Con la stessa coscienza della necessità di tutto (caso, fato e necessità collimano) si procedeva innanzi, essendo tutto perché non mancando di niente.
Non so se quella sia la verità o uno stadio più alto di essere. Il fatto poi che lo pensi retrospettivamente m'insospettisce.
So che oggi sono diverso: v'è qualcosa, un buco prospettico all'orizzonte che mi succhia come potentissimo aspirapolvere, e oltre il quale il resto mi sembra indifferente. So anche che non dovrei ammetterlo a me stesso né tantomeno a lei.
Non me ne frega nulla. Sto finalmente colloquiando con un dio tirannico ed ingiusto, sto chinando la testa alla sua irragionevole potenza.
Tremo di rispetto, mi prostro al suo imprevedibile arbitrio.
Ma anche qui la felicità piena deve essere negata: anche qui c'è un grado di partecipazione che deve essere mantenuto con calcolata intelligenza.
Un dio tirannico deve essere enormemente fascinoso o è solo un volgare impostore.
Deve saper somministrare il dolce e l'amaro in proporzioni esattissime, dosare il dolore ed il piacere con nequizia sensualmente soprannaturale.
E ci sono dentro, oltre tutto; se mi tiene sono tenuto, se sono tenuto mi tiene.
Nasco per questo, non voglio altro.
Dividiamo le responsabilità: io metto tutta la mia conocenza del mondo ad essere ingannato e lei tutto il suo femminile splendore represso ad ingannarmi.
Il pensiero di essere ri-abbandonato ad un mondo di piccole e significanti cose mi annoia fino al suicidio.
Qui tutto è grande, luminoso, abbacinante.
Sono malato di concetti, uomo alla potenza; vedo attraverso concetti.
E solo ora sento quanto ciò meriti grande disprezzo.