un blog nato morto e morto giovane
(ma aggiornato con sadica lentezza)
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Esiste qualcosa là fuori che qualcuno chiama talvolta “la serietà della vita”.
Non è ben chiaro se sia bene aderirvi o meno.
Non è importante stare a sentire quanto possa esserne detto; nessuno dice quello che dice, e tutti tacciono ciò che, se detto, dovrebbe assomigliare a quanto si dovrebbe dire.
Eppure quanto taciamo ha valore in quanto taciuto, e dobbiamo tacerlo per non doverlo dire.
Fosse il mondo la cassa di risonanza del nostro cuore, e le sue orecchie le orecchie dell’amico, nessun angolo vi resterebbe in ombra.
Quanto invece diciamo è silenzioso, ma di un silenzio senza soavità. E’ il silenzio di chi parla su altre voci, di chi non ascolta, di chi appunta l’attenzione sul meccanismo del dire, e fa battere il cuore di parole; parole che non confinano con nessuna vita.
Parliamo, e perdiamo le proporzioni del dire.
Scriviamo, scriviamo a tutti, rispondiamo non a qualcuno, ma alle mail che c’inviano.
Uno diventa qualcuno. Uno diventa Due.
Ci vergogniamo a stringere una mano.
Se i tasti della tastiera non avessero lettere, le nostre dita starebbero semplicemente ticchettando nervosamente sul nulla. E io sto dicendo a me stesso che quelle lettere non hanno importanza. Dettano il ritmo.
E quando dobbiamo cantare, disacerbare il cuore, le parole sono le peggiori nemiche. O peggio: sono ormai neutre, hanno perso le risonanze. Sono diventate tutto, alibi prima ancora che vi sia un segreto da tenere. Assumiamo il punto di vista del nemico, poi il punto di vista dell’indifferente, e poi il nostro, che non sa più di sé.
Non vogliamo; siamo troppo intelligenti per volere.
Perfezioniamo uno stile, e dobbiamo farvi corrispondere un mondo. Il cubo di Rubik.
Ci innamoriamo delle nostre previsioni. Periamo imprevedibilmente.
Non abbiamo parole per l’amore se non nella successione d’altri.
E abbiamo scambiato la verità per le parole. Crediamo in una formula magica; crediamo che ci basti pronunciarla una volta, crediamo nell’originalità della vita, o nella sua falsità.
E questo tempo che avanza? Questo restare sotto la tua finestra, quando tu non vedi o pensi ad altro?
Secoli fa pronunciai il mio giuramento. Da allora ho vissuto a contatto continuo con il mio scheletro.
E quando perde d’importanza il vento lo trapassa. Quando perde le parole, Dio lo riempie.
La solitudine è ingombro, non vuotezza.
E’ una strada colma di macerie, senza luna a rischiarare, e senza servizio rimozione.
Perché dove porta il sentiero di cui non si intravede la fine?
Cerco di interiorizzare l'idea di co-gestire un blog.
Mi si dice che nei primi tempi s'è rapiti da una sorta di smania alla scrittura, un'inquietudine (piuttosto comune) di enumerare le proprie piccole imprese quotidiane, allegare loro un significato eccedente qualunque misura intrinseca, e dilungarsi su d'esse come se ogni altro canale di comunicazione reale non fosse mai stato fino ad allora davvero appagante. E' come quando un nerd si fidanza. A nessuno avrebbe potuto credere di raccontare, come se avesse una rilevanza comunicativa, il giorno in cui scelse l'orrenda montatura di occhiali che ne caratterizza il look e che ci ha sempre costretto a giudicarlo dall'esterno, ovvero un nerd. Mostrare qualche foto malriuscita, e intrattenersi con la passività tipica del monitor 17 pollici (ok, anche del 15) in lunghe sedute psychoanalitiche aventi ad unico tema la bellezza delle sfumature, dei piccoli particolari che rendono sapida la vita e impetuosa l'economia globale. Ma allora perché prima li avevamo accantonati?
Fare il punto della situazione. Perché spesso la situazione è un punto.
Forse parto prevenuto, e consapevole della posa che ne deriva. Qualunque assunzione di prospettiva è in fondo una posa.
Non ho la pazienza di leggere i blog altrui, o forse non ancora l'abitudine. Se riuscirò a rispondere - senza barare troppo - alla domanda: "perché qualcuno dovrebbe mai leggere questo blog?", potrò fingere di giungere alla conclusione che tenere un blog è un'impellenza a cui si giunge sempre troppo tardi e la cui risoluzione tardiva nuoce gravemente all'anima mundi.
Ma in fondo è vero. E' meglio scrivere. Ed è meglio far finta che la nostra vita abbia una qualche forma di esemplarità, per quanto limitata a noi stessi e alla fortunata abitudine di altri bloggers di pubblicizzarsi leggendoci. Dei più abili fra loro sarebbe persino legittimo innamorarsi.
Il tuo blog: più ti leggono più ti ricarichi.
Forse queste domande verranno presto meno quando il blog si farà largo fra le abitudini, e tenderà a radicarsi in esse.
Sarà un pretesto? Ok, ma a cosa?
Nel migliore dei casi possibili mi farà passare la voglia di scrivere delle recensioni, nel caso in cui io ne abbia già scritte in passato.
Nel peggiore diverrà il luogo in cui recensire le mie recensioni, recensioni - badare bene - non particolarmente originali di musica non particolarmente originale.
L'idea è così stantia che difficilmente eviterebbe il successo, nel mondo dei blog.
Forse davvero un blog non serve a niente.
Forse la parola *davvero* non dovrebbe essere davvero credibile. Dici *davvero*, lo dici sul serio, ma non dici sul serio.
Insomma, quante parole sono solo le parole che dici per dirle, lettere senza coordinamento volontario.
Hai già detto *davv* che, così, senza chiedere conferma a ciò che di te vuole conseguenze appiccicate alla propria identità,*ero*, come un retaggio di stupefacente automatismo, senso di completezza approssimativa, ha già approssimato, e non quella parola soltanto, ma l'intero assunto su cui quel pensiero (*pensiero*?) si regge senza volersi reggere.
Però, se Jandek fa dischi ogni volta che gli va, potremo noi scrivere due parole su un blog di indiepop.it?
Certo, le recensioni sul sito son già abbastanza colloquiali o come nel caso delle mie, bloggate infandilmende in una sdubida familiaridà golloguiale.
Però una forma da rispettare è sempre presente, orrido vincolo di comunicazione tautologica.
Vai a leggere una recensione, e ci trovi una recensione. Compri il nuovo ep dei Pipas e dentro ci trovi le canzoni dei Pipas. Bene, se questo non vi fa problema, saltate pure il blog.
Se viceversa leggere recensioni (lo sapete anche se lo negate, eppure se accettaste integralmente la verità integrale su tutte le cose su cui la verità s'esercita non sarebbe solo la lettura di indiepop.it a saltare nella vostra vita) vi sembra attività perlopiù entropica, meccanica, brodo-allungante, inutilmente sinestetica (o sine-estetica: roba fine) e in ultimo vacua quanto la velocità di interiorizzazione della musica che l'ingenera e conseguente recensione, beh, allora aspettatevi dal blog ciò che non vi aspettate. Cioè nulla.
Un blog è solo un blog, cioè nulla. Se poi il blog è musicale (o cripto-musicale, cioè indiepop) è ancora meglio di nulla; è un nulla di cui niente può essere detto, tranne appunto tutto il dirsi possibile, però al suo interno.
Perché forse indiepop è solo tutto interno, è solo tutto parole in italic e gergo esoterico.
Strana storia però, questo esoterismo della musica più piana (e banale? - sì, talvolta meravigliosamente banale) che c'è.
Un blog saprà intorbidare un po' le acque? Un piranha in mezzo ai pesci rossi?
Amedeo, ti ritrarrai di fronte alla lingua italiana che qui si pratica?